Ascoli e la ceramica
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Sabato 29 novembre appuntamento con “Ascoli e la ceramica”
Sabato 29 novembre 2025 ad Ascoli Piceno si terrà un evento speciale dedicato all’arte della ceramica e all’inclusione sociale in prossimità della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità.
La manifestazione è organizzata dall’Unione Sportiva ACLI Marche APS con il sostegno di Pio Istituto dei Sordi e Ascoli Reti Gas, con la collaborazione del Comune di Ascoli Piceno, dell’Anffas, della Consulta comunale per le persone in situazione di disabilità, dell’Associazione Italiana Città della Ceramica, dell’Ente nazionale sordi di Ascoli Piceno/Fermo e della Sorda Picena sociale Aps.
L’iniziativa prevede una visita al Museo dell’Arte della Ceramica e al Laboratorio Anffas, dove sarà possibile conoscere da vicino i manufatti artigianali realizzati a mano. L’evento, gratuito e aperto a un massimo di trenta partecipanti, si svolgerà a partire dalle ore 10 in Piazza San Tommaso e offrirà anche un servizio di interpretariato LIS per garantire la piena accessibilità.
Per partecipare occorre prenotarsi con un messaggio al numero 3939365509 indicando il proprio nome e cognome e il luogo di svolgimento della manifestazione.
Il Minotauro della Cordella e altre storie - di Vittorio Camacci
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La giornata di ieri, domenica 16 novembre, ha chiuso uno dei capitoli più sentiti dell’edizione autunnale del Festival culturale dei Borghi Rurali della Laga, lasciando dietro di sé il profumo delle foglie umide e un tepore inaspettato. Una giornata leggermente velata, con nuvole alte e gentili, ma una temperatura quasi primaverile, fuori stagione, che ha accompagnato gli oltre cento partecipanti lungo i crinali di Settecerri, la frazione nascosta tra i boschi della Valle di San Vito.
Il borgo, antico avamposto medievale sorto tra i cerreti da cui prende il nome, sembrava ieri sospeso in una quiete d’altri tempi. Il piccolo pianoro che precede le case, lambito da una strada cementata che sale tra rupi e querce, si è riempito del vociare dei camminatori, arrivati per l’escursione conclusiva del festival: una passeggiata corroborante fino allo stazzo della Cordella, luogo iconico della pastorizia d’altura.
Ad attendere il gruppo, appoggiato al suo bastone di legno scurito dall’uso, c’era Gino, uno degli ultimi pastori della zona, memoria vivente della transumanza e delle stagioni trascorse sulle montagne.
Sotto il cielo lattiginoso raccontava, con la voce ruvida e mite, la durezza della vita “de na vote”, quando l’erba si seguiva come una promessa e i mesi si misuravano in partenze e ritorni. Tra le storie, però, una ha strappato sorrisi e incredulità.
Era la vicenda di suo padre Donato, conosciuto da tutti come “U' Bove”. Durante la guerra, dice Gino, un proiettile lo trapassò da parte a parte. Moribondo, fu portato in un ospedale da campo dove, per mancanza di sangue umano, un medico ebbe la folle idea di tentare una trasfusione con il sangue di un toro. «Nisciù si spieghe cum’ ha fatt’ a campà», ha detto Gino. Invece sopravvisse, e secondo i racconti “acquistò la forza di un bue”, vivendo fino a novantacinque anni.
Una di quelle storie che tra i monti si tramandano con un mezzo sorriso, un mezzo dubbio e un affetto pieno.
Sono le leggende della Laga che ritornano
Ascoltando Gino, mi è tornato alla mente un episodio del sabato precedente, quando alla festa di San Martino di Colle Falciano, un grande narratore locale, Nino, aveva ricordato un’altra delle incredibili storie della Laga: quella della pecora in callara durante la festa di Agore.
Si racconta che, mentre il caldaio ribolliva sulla fiamma viva, all’improvviso la pecora, già destinata alla cottura rituale, abbia rialzato la testa dal brodo. Una frazione di secondo, un gesto impossibile. Il proprietario, spaventato a morte e convinto che l’animale volesse “scappà ’nnanzi all’ovile”, afferrò un grosso bastone e glielo assestò sulla testa.
Una storia che si muove sul confine sottile tra superstizione, suggestione e memoria orale, ma che a tavola aveva scatenato risate e stupore.
Come se i monti volessero ricordare che non c’è leggenda senza un’ombra, è riemersa anche la vicenda malinconica dell’eremita di Vallefusella. Un uomo che aveva scelto la solitudine dei boschi, vivendo in un rifugio improvvisato, cibandosi di patate, castagne e cacciagione. Ogni tanto scendeva in paese, scambiava due parole per non perdere il suono della voce e quando era tardi risaliva il sentiero nel buio, sparando qualche colpo di fucile per tenere lontane le fiere.
Una notte d’autunno, però, al suono di un fruscio tra le foglie, scambiò per un animale feroce ciò che era il suo unico compagno, il cane che lo aveva seguito per anni. Una storia di solitudini grandi come i silenzi della Laga.
Il festival lascia sempre un segno.
Tra i ruderi restaurati di Settecerri, tra le pietre incise del Settecento e i tetti che profumano ancora di legna, la giornata si è conclusa con una sensazione condivisa: quella di aver attraversato non solo sentieri, ma memorie, leggende, voci. Come quella musicale del soprano Gloria Scipione accompagnata dal fisarmonicista Marco Pomanti sotto lo scenario della caratteristica chiesetta di San Martino, distrutta e incendiata più volte prima dalla soldataglia francese proveniente da Leofara nel 1806 poi dai sabaudi del sanguinario maggior generale Ferdinando Augusto Pinelli.
Il Festival dei Borghi Rurali della Laga si congeda così: con passi lenti nel bosco, racconti che si intrecciano come rami, canzoni antiche e quella malinconica certezza che questi luoghi remoti, sfuggiti per secoli al tempo, continuano a custodire un’anima forte e fragile allo stesso tempo.
Ieri, sotto quel cielo velato e caldo, quell’anima si è lasciata incontrare.
Vittorio Camacci
Ad Appignano del Tronto una camminata naturalistica
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Domenica 23 novembre ad Appignano del Tronto una camminata naturalistica
Domenica 23 novembre ad Appignano del Tronto si svolgerà una camminata naturalistica a Montecalvo con picnic a chilometro zero (presso l’Azienda agricola biologica Mari Anna Maria). L’iniziativa è organizzata dall’amministrazione comunale in collaborazione con U.S. Acli provinciale Aps e con il sostegno della Regione Marche, nell’ambito del bando “Iniziative per il benessere e la qualità della vita” annualità 2025. Il ritrovo dei partecipanti è previsto alle 9,30 in Piazza Umberto I e da lì si partirà per un percorso di circa sette chilometri della durata di tre ore, escluse le soste, adatto a tutti. I promotori sottolineano come l’iniziativa sia pensata per vivere una giornata all’insegna della natura e della cultura, osservando il paesaggio collinare marchigiano con oliveti, vigneti, boschi mediterranei e scorci panoramici. La partecipazione è gratuita ma è necessario prenotarsi inviando un messaggio al numero 3939365509 con nome e cognome, tenendo presente che il numero massimo di iscritti è quaranta. Si consiglia un abbigliamento da trekking con scarpe adeguate, pantaloni comodi lunghi, giacca, felpa e k-way, oltre a portare acqua e uno snack. L’escursione sarà guidata da guide ambientali escursionistiche coordinate da Leonardo Perrone.
Grazie, nebbia! - di Vittorio Camacci
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Le prime nebbie autunnali arrivano così, lente e grigie, a risalire la valle del Tronto come un respiro antico. Dalla finestra della mia SAE guardo verso sud, dove la bruma si adagia tra i boschi e le pieghe dei monti. A nord, il Vettore resta là, immobile e severo, con la cresta che a tratti si lascia intravedere e subito si nasconde, come se anche lui, stanco di tutto, volesse ritirarsi nella sua solitudine.
Da quando viviamo da terremotati, siamo abituati a un tempo sospeso, provvisorio, che non finisce mai. Queste casette di lamiera e compensato dovevano tenerci al riparo solo per un po’, ma sono passati nove anni e ci abitiamo ancora, come in un lungo esilio. Troppi anni e lo sappiamo che ce ne vorranno altri ancora, troppi anche quelli. Qui non ci sono più camini, né l’odore della legna che brucia, né il piacere di aggiungere un ciocco e ascoltare il crepitio che riempie il silenzio. Ci manca il fuoco, quello vero, che scaldava il corpo e la mente. Ora il calore arriva da una caldaia a gas, se la corrente non salta o se non si tappa il comignolo, e non ha né voce né profumo. È un calore che non racconta niente.
La nebbia però sì. La nebbia, almeno, sa ancora parlare. Si posa sui campi, sui tetti, sui ricordi, tutto diventa più lieve, come se il dolore del mondo avesse deciso per un attimo di sospendersi. In quei momenti, guardando fuori, penso a chi vive nelle case vere, con il camino acceso, una pentola che sobbolle e il vino in cantina. Penso che la differenza tra interno ed esterno, per noi, è diventata sottile: dentro fa freddo quasi come fuori, ma almeno qui non piove.
Ci svegliamo spettinati, un po’ disorientati, spesso disordinati. Il tempo passa e non lo si riconosce più: i giorni si somigliano, le settimane scivolano via senza lasciare traccia. Qualcuno coltiva un orto, qualcuno si arrangia come può. Ci si alimenta di cose semplici, senza più pretendere sapori, solo nutrimento. Ci si parla a mezza voce, come se anche le parole avessero perso la forza di alzarsi sopra la nebbia.
Quando capita di scendere in città, bisogna districarsi tra semafori e cantieri, deviazioni e strade che cambiano ogni volta. Lì la gente corre, si affretta, parla di tutto come se il tempo fosse una moneta da spendere. Noi no, noi che viviamo da anni in queste casette pastello e uguali, ci muoviamo piano, come reduci di una guerra senza nome. Ogni volta che torniamo su, verso il paese ferito, ci sembra di lasciare dietro di noi un mondo che non ci appartiene più.
La sera, quando la nebbia scende davvero, tutto si ferma. La Laga scompare, il Vettore si dissolve, le luci si fanno rade come stelle opache. Dentro, nella mia SAE, accendo una lampadina gialla e mi siedo davanti alla finestra. Fuori la bruma si muove lenta, come un mare silenzioso. Mi sembra quasi di sentire il rumore del fuoco che non c’è più, l’odore della legna che ardeva nei camini crollati, la voce dei vicini che si salutavano da una finestra all’altra.
Viviamo in un limbo che non doveva durare tanto. Ci hanno detto che torneremo alla normalità, ma quella parola ormai non significa più niente. Ci siamo adattati a questo silenzio, a questo tempo sospeso, a questa nebbia che ci protegge dal troppo vedere. Forse è il modo che la montagna ha trovato per tenerci ancora con sé, per non farci impazzire del tutto.
Così, mentre il mondo giù a valle corre e si illude, qui sopra la vita procede come può. Si sopravvive, ci si aggiusta, si spera senza crederci troppo. E quando la nebbia sale, lenta e compassionevole, a cancellare i confini tra le cose, mi sembra quasi di sentire una gratitudine antica:
grazie, nebbia, per averci avvolto ancora una volta, per aver nascosto tutto ciò che fa male, per averci lasciato, almeno per oggi, nel tuo abbraccio sospeso tra la terra e il cielo.
Vittorio Camacci