Il fuoco della Laga - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 228
Quando le montagne ardevano di vita, di lavoro e di storia c'era un elemento che più di ogni altro poteva accompagnarci dentro la conoscenza dei Monti della Laga: il fuoco.
Non soltanto il fuoco terribile degli incendi, delle guerre e delle rappresaglie, ma anche quello piccolo e quotidiano del focolare, quello delle carbonaie nascoste nei boschi, delle fornaci dove si cuoceva la calce, delle botteghe dei fabbri, dei forni dove si cuoceva il pane, dei falò accesi nelle feste e delle fiaccole che, nelle notti senza elettricità, trasformavano i sentieri e le piazze dei nostri paesi.
Il fuoco, nella Laga, è stato per secoli compagno dell'uomo. Ha dato calore e luce, ha trasformato la legna in carbone, la pietra in calce, il metallo in utensile. Ha accompagnato la pastorizia e l'agricoltura, ha illuminato le chiese e le case, ha segnato le feste religiose. Ma lo stesso fuoco, quando è stato impugnato dalla guerra e dalla vendetta, ha cancellato case, chiese, archivi e interi pezzi di memoria.
È forse proprio questo il significato più profondo del fuoco nella storia di queste montagne: la sua doppia natura. Può essere vita oppure distruzione. Può scaldare una famiglia riunita davanti al camino e, poche centinaia di metri più in là, divorare un paese.
Per troppo tempo abbiamo raccontato il Medioevo e, più in generale, il passato come un'epoca immersa nell'oscurità. Ma la storia del fuoco racconta qualcosa di diverso. Anche nelle nostre montagne, molto prima dell'arrivo dell'elettricità, la notte non significava necessariamente silenzio e immobilità. C'erano focolari, lucerne, candele, torce, fornaci, fuochi di lavoro e fuochi di festa.
La Laga era una montagna viva anche di notte.
Il fuoco che costruiva la montagna
Prima ancora di diventare arma, il fuoco fu uno strumento di civiltà.
Basta guardare i boschi della Laga per comprendere quanto profondamente l'economia delle comunità montane fosse legata alla combustione del legno. Per generazioni i carbonai hanno trasformato faggio, cerro, castagno e altri legni in carbone vegetale attraverso le antiche carbonaie. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga documenta ancora questa tradizione, particolarmente radicata nel territorio della Laga.
Le carbonaie erano vere officine all'aperto. Il carbonaio sceglieva la legna, la disponeva con una tecnica precisa, costruiva la caratteristica cupola e la ricopriva di fogliame e terra, lasciando che il fuoco lavorasse lentamente, quasi senza fiamma, trasformando il legno in carbone.
Era un'arte difficile. Un vento improvviso, un'apertura sbagliata o una combustione incontrollata potevano compromettere il lavoro di giorni.
Ancora oggi, nelle montagne tra Valle Castellana, Arquata, Accumoli e l'Acquasantano, sopravvivono le tracce delle antiche piazze carbonili. A Colle di Arquata, per esempio, la tradizione delle carbonaie è stata mantenuta viva e rappresenta una delle testimonianze più suggestive degli antichi mestieri della montagna e poi c'erano le fornaci.
La pietra arenaria della Laga ha caratterizzato l'architettura dei suoi borghi, ma il fuoco era necessario anche per trasformare la pietra calcarea in calce, indispensabile per le malte e per costruire quelle stesse case che oggi consideriamo il patrimonio più prezioso dei nostri paesi. Le antiche calcare disseminate sul territorio raccontano quindi un'altra storia del fuoco: quella di un elemento che contribuiva materialmente a costruire i borghi.
Il fuoco costruiva.
Ma il fuoco, nella storia della Laga, poteva anche distruggere.
Quando il fuoco diventava guerra
Le montagne dell'alta valle del Tronto e della Valle Castellana sono state per secoli terra di confine. Confine tra Stati, tra poteri, tra eserciti e tra mondi diversi.
Questa posizione geografica contribuì a rendere il territorio teatro di guerre, scorrerie, rivolte e brigantaggio.
Già nel Cinquecento l'Acquasantano conobbe una stagione drammatica. Il territorio fu attraversato dalle lotte tra le potenti famiglie ascolane dei Parisani e dei Guiderocchi, dalle scorrerie e dagli episodi di banditismo. Il 16 marzo 1562 Acquasanta venne distrutta e nei documenti notarili dell'epoca rimase ricordata con un'espressione terribile: "Case bruciate".
Quelle due parole raccontano forse più di un lungo libro.
Case bruciate significa famiglie costrette a fuggire, tetti crollati, suppellettili perdute, animali dispersi, documenti distrutti. Significa soprattutto che il fuoco non colpiva soltanto le mura: cancellava la memoria e sulle montagne di Montecalvo il banditismo provocava spedizioni punitive, morti, distruzioni e incendi. Il fuoco diventava così uno strumento di potere: bruciare una casa significava colpire una famiglia, intimidire una comunità, cancellare un rifugio.
Il fuoco contro i francesi
Alla fine del Settecento la storia tornò a incendiarsi.
Con l'arrivo delle truppe francesi e la stagione napoleonica, il territorio della Laga e dell'Ascolano tornò a essere una terra di guerra. In questa fase il brigantaggio assunse anche una dimensione di resistenza contro gli invasori.
Ad Acquasanta Giuseppe Costantini, detto Sciabolone e Giambattista Ciucci guidarono i ribelli contro i francesi. Lo scontro arrivò a un punto tale che i comandanti francesi furono costretti a sottoscrivere il trattato di Mozzano il 5 febbraio 1799.
Anche la memoria della Valle Castellana conserva episodi drammatici di quella stagione. Le cronache ricordano la reazione delle truppe francesi e il saccheggio di Settecerri, dove venne profanata la chiesa, mentre altre azioni repressive interessarono Laturo e Leofara.
In quelle montagne il fuoco non era soltanto quello dei focolari domestici. Era il fuoco dei soldati, delle rappresaglie, dei paesi sospettati di aiutare gli insorti.
Era il fuoco della guerra portata fin dentro le case.
Il fuoco dei briganti e quello dei soldati
Poi arrivò il Risorgimento e con esso una nuova stagione di sangue.
Dopo l'annessione al Regno d'Italia, tra il 1860 e gli anni successivi, l'area dell'Acquasantano, della Valle Castellana e del territorio circostante fu attraversata dalla guerriglia legittimista e dal brigantaggio postunitario.
È importante non semplificare quella storia.
Non tutti coloro che furono chiamati "briganti" erano criminali comuni e non tutti i combattenti erano mossi dalle stesse motivazioni. Nel territorio acquasantano una parte importante della resistenza era legata alla fedeltà allo Stato Pontificio e alla difesa dell'ordine politico precedente. Giovanni Piccioni, nato a San Gregorio di Acquasanta, fu uno dei principali protagonisti di quella vicenda e qui il fuoco torna prepotentemente nella storia.
Le truppe sabaude comandate dal generale Ferdinando Pinelli adottarono anche forme durissime di repressione contro i territori ritenuti favorevoli agli insorti. Le fonti locali ricordano incendi e devastazioni in numerosi centri.
A San Gregorio, per esempio, durante le operazioni del 1861 le truppe invasero il paese, utilizzarono la chiesa come caserma e diedero alle fiamme la casa del parroco.
A Paggese vennero incendiati la canonica e il prezioso archivio parrocchiale. Una parte della memoria scritta di quella comunità andò letteralmente in fumo e non fu un episodio isolato.
La strategia della repressione arrivò a colpire non soltanto gli uomini armati, ma anche i luoghi e le comunità che potevano offrire loro sostegno. Alcune ricostruzioni dell'epoca parlano di decine di villaggi incendiati nell'area compresa tra le due rive del Tronto e di una vera politica di "terra bruciata".
Il fuoco diventava dunque un'arma psicologica.
Bruciare una casa significava dire a tutti gli altri: non sostenete chi si nasconde nei boschi.
È una logica antica, che la storia ha ripetuto infinite volte e anche i briganti conoscevano il linguaggio del fuoco
Ma sarebbe storicamente scorretto raccontare questa vicenda come se il fuoco fosse stato utilizzato soltanto dagli eserciti.
Anche le bande armate, nelle diverse epoche, ricorsero a violenza, saccheggi e incendi. La storia della montagna è una storia complessa, nella quale spesso la popolazione civile si trovava schiacciata tra due fuochi.
È questo uno degli aspetti più dolorosi del brigantaggio: chi viveva nei paesi poteva essere accusato di aiutare i briganti dalle autorità e, contemporaneamente, essere costretto a fornire loro cibo, rifugio o informazioni.
La casa del montanaro diventava così un luogo pericoloso.
Poteva essere incendiata dai soldati perché sospettata di aver dato ospitalità ai ribelli, oppure diventare bersaglio di una banda per vendetta, ritorsione o regolamento di conti e in una montagna dove le case erano costruite prevalentemente in legno e pietra, con fienili, stalle e paglia spesso vicini alle abitazioni, bastava una torcia per trasformare un'intera contrada in un inferno.
Ma sarebbe un errore fermarsi al fuoco della distruzione.
Per secoli la gente della Laga ha acceso il fuoco anche per pregare, ringraziare, festeggiare.
Falò, fiaccole, candele e fuochi votivi appartengono alla storia religiosa e comunitaria dei nostri paesi.
Il fuoco segnava le feste patronali, accompagnava processioni, illuminava le piazze e trasformava la notte in un momento collettivo.
Non era soltanto luce: era comunità.
Lo stesso principio che troviamo nelle grandi città medievali e rinascimentali, dove le autorità utilizzavano migliaia di torce e grandi fuochi per celebrare nascite, vittorie, incoronazioni e feste religiose, viveva in forme più semplici anche nei piccoli paesi di montagna e ancora oggi, quando in una festa di paese si accende un falò o il cielo si illumina dei fuochi d'artificio, stiamo inconsapevolmente ripetendo un gesto antichissimo.
Forse però nessuna immagine racconta la Laga meglio di quella di un uomo solo nel bosco, accanto a una carbonaia fumante.
Perché quella non era distruzione.
Era lavoro.
Il carbonaio conosceva il bosco, il vento, l'umidità, la legna. Sapeva che il fuoco non doveva essere lasciato libero, ma governato. Doveva essere lento, controllato, quasi invisibile.
Era una lotta quotidiana tra l'uomo e un elemento che poteva sfuggire di mano in qualsiasi momento.
Ancora oggi le piazzole delle antiche carbonaie sono disseminate tra i boschi della Laga e della Valle del Chiarino e rappresentano una straordinaria testimonianza dell'antico rapporto tra uomo e foresta.
Quelle piazzole sono, in qualche modo, monumenti senza monumento.
Non hanno statue.
Non hanno lapidi.
Non hanno grandi iscrizioni.
Ma raccontano generazioni di uomini che hanno vissuto del bosco senza semplicemente attraversarlo.
Poi arrivò il Novecento
Il fuoco della guerra non era ancora finito.
Durante la Seconda guerra mondiale, nelle montagne dell'Acquasantano, il fuoco tornò a essere strumento di rappresaglia.
L'11 marzo 1944 le frazioni di Pozza e Umito furono colpite da una delle pagine più tragiche della storia dell'area. A Pozza le forze nazifasciste incendiarono le case dei contadini accusati di sostenere i partigiani; a Umito la violenza provocò numerose vittime e devastazioni. La piccola Anna Sparapani, una bambina di pochi mesi, morì nelle fiamme della propria casa.
È difficile immaginare qualcosa di più lontano dal fuoco che scalda una famiglia.
Lo stesso elemento che per millenni aveva significato pane, calore e vita diventava nuovamente morte.
Dal fuoco alla luce
Eppure oggi, guardando la Laga, possiamo scegliere quale fuoco ricordare.
Possiamo ricordare quello delle case distrutte, dei paesi bruciati, delle rappresaglie e delle guerre. Dobbiamo farlo, perché la memoria non deve essere cancellata.
Ma possiamo anche recuperare il significato del fuoco buono: quello del focolare, della carbonaia, della fornace, del forno del pane, della festa, della candela accesa davanti a un'immagine sacra.
Perché la storia della Laga non è soltanto una storia di distruzione.
È una storia di uomini e donne che hanno imparato a governare il fuoco.
Lo hanno fatto nei boschi, nelle case, nelle botteghe, nelle stalle e nelle piazze.
Hanno imparato che il fuoco è meraviglioso proprio perché è potente e pericoloso. Va rispettato, temuto e, soprattutto, conosciuto.
Forse è questa la grande lezione che ci arriva dalle nostre montagne.
Il fuoco può cancellare un paese in una notte, ma può anche permettere a una comunità di sopravvivere per secoli.
Può bruciare un archivio, ma può anche illuminare una pagina.
Può distruggere una casa, ma può anche cuocere il pane con cui quella casa sfama una famiglia.
Può essere guerra, oppure festa.
Può essere morte, oppure vita e allora, quando attraversiamo i boschi della Laga e incontriamo una vecchia piazza carbonile, una fornace abbandonata, un antico focolare o semplicemente il segno annerito lasciato dal tempo su una pietra, dovremmo imparare a guardarli con occhi diversi.
Perché sotto quella cenere non c'è soltanto un fuoco spento.
C'è la storia di una montagna.
Una montagna che per secoli ha vissuto, lavorato, pregato, combattuto e resistito intorno al fuoco e forse il vero "Medioevo luminoso" di cui oggi torniamo a parlare passa anche da qui: dalle nostre montagne, dove il buio della notte non riuscì mai davvero a spegnere la luce dell'uomo.
Il fuoco della Laga, alla fine, è questo: una fiamma che attraversa i secoli. A volte scalda, a volte illumina, a volte brucia. Ma non si spegne mai del tutto.
Camacci Vittorio
( Libero pensatore della Laga)
Ferruccio Ferrucci - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 290
A Capodipiano di Venarotta, alla fine dell’estate del 1898, il nome Ferrucci non era uno qualsiasi. Si diceva e nei documenti antichi qualcosa lo confermava, che quella famiglia discendesse da Francesco Ferrucci, l’eroe caduto a Gavinana. Era certo che già nel Quattrocento i suoi antenati si fossero stabiliti nell’ascolano, portando con sé un’ombra di nobiltà e un senso di superiorità che il tempo non era riuscito a cancellare. Ferruccio Ferrucci, ultimo rappresentante di quella stirpe a Capodipiano, sembrava incarnare fino in fondo quell’eredità: alto, robusto, dallo sguardo duro e dal passo sicuro, viveva nella sua casa con cortile interno come un padrone d’altri tempi, circondato da terre, cavalli e da una fama ambigua fatta di rispetto e timore. Non era un uomo cattivo per principio e qualcuno ricordava anche i suoi gesti di generosità, ma era imprevedibile e soprattutto pretendeva obbedienza; le contadine che portavano uova e pollame come pagamento lo temevano per quel modo insistente di trattenerle nel cortile, sotto lo sguardo del cane e del maggiordomo, più del necessario. Tra i più risentiti c’era Massari, un contadino di Valcinante segnato dalla fatica e dal silenzio, padre di Laurina, una giovane che da qualche tempo evitava accuratamente di passare da quella casa, anche se nei piccoli paesi evitare non basta mai davvero. Il malumore cresceva senza parole, come una brace sotto la cenere e Ferruccio stesso sembrava avvertirlo, tanto che nei giorni precedenti si mostrava inquieto, più nervoso del solito, spesso con la frusta in mano a battere contro lo stivale mentre attraversava il cortile. Quel pomeriggio dell’8 settembre 1898 l’aria era immobile e carica di polvere, il cielo fermo sopra il suo podere sito in Collina di Valcinante e Ferruccio aveva dato ordine al maggiordomo di tenere pronto il cane, come se aspettasse qualcuno; quando Massari apparve lungo il sentiero che saliva tra i campi, camminando diritto senza fretta ma senza esitazioni, il maggiordomo lo vide e guardò il padrone in attesa di un cenno, ma quel cenno non arrivò. Ferruccio avanzò invece da solo, con la frusta stretta nella mano e quando i due si trovarono a pochi passi il silenzio della collina divenne pesante come una minaccia. «Hai qualcosa da dire?» chiese Ferruccio con un sorriso teso, Massari, dopo un attimo, rispose semplicemente: «Lascia stare le donne della mia famiglia». Quelle parole bastarono. Ferruccio fece schioccare la frusta nell’aria, più per imporsi che per colpire, ma Massari si mosse d’istinto per fermarla e nel giro di un attimo i due si afferrarono, si spinsero, si urtarono con forza; Ferruccio, più grande, cercò di dominarlo, ma il terreno era irregolare, ingombro di attrezzi e corde e indietreggiando il suo piede si impigliò in una traglia lasciata a terra, facendolo rovinare pesantemente all’indietro. In quell’istante sospeso tutto avrebbe potuto fermarsi, ma non accadde: Massari, accecato dalla rabbia accumulata e dall’umiliazione, afferrò la falce da fieno lì accanto e colpì, una volta, poi ancora, finché il corpo di Ferruccio rimase immobile nella polvere. Il cane abbaiò furiosamente, il maggiordomo restò paralizzato, incapace di intervenire e quando finalmente tornò il silenzio era un silenzio diverso, definitivo. Nei giorni successivi il paese parlò sottovoce, diviso tra chi vedeva in quella morte una giustizia e chi una disgrazia inevitabile, mentre il parroco di Capodipiano, Don Gaetano Giuliani, uomo preciso e misurato, registrò l’accaduto nel libro dei morti con grafia ferma e senza commenti superflui, lasciando però parole che ancora oggi conservano tutto il peso di quella vicenda: “Ferruccius Ferrucci, filius quondam Petri, huius paroeciae Capitis Plani, aetatis suae anno trigesimo sexto, in praedio suae proprietatis sito in Collina paroeciae Valiscientantis, a suo villico crudeliter interfectus fuit die octavo mensis septembris 1898; cuius corpus, solitis Ecclesiae exequiis celebratis, in coemeterio reconditum fuit”. In quella formula latina c’era tutto, la vita, la morte e il giudizio lasciato sospeso, e forse anche la fine silenziosa di una lunga discendenza che da Francesco Ferrucci era arrivata fino a quella collina, spegnendosi tra la polvere di un cortile e il filo affilato di una falce.
Vittorio Camacci
Il drago, l' abominevole sciacallo e la desolazione - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 363
Ci sono tragedie che arrivano all'improvviso e tragedie che non finiscono mai. La prima dura pochi interminabili secondi. La seconda può durare dieci anni, forse una vita intera.
Nel cratere del sisma del 2016 convivono ancora tre spettri: il drago, l' abominevole sciacallo e la desolazione.
Il drago è il terremoto. È arrivato nella notte con il boato della montagna che si spezza. Ha divorato case, chiese, campanili, stalle, scuole, piazze. Ha aperto ferite nella terra e nel cuore della gente. Ha fatto crollare muri costruiti con il sacrificio di generazioni e ha disperso una civiltà che viveva di pascoli, boschi, tradizioni, fede e solidarietà.
Nella Laga e nei Sibillini il terremoto non ha distrutto soltanto le abitazioni. Ha spezzato il filo invisibile che univa i paesi alla loro storia. Ogni pietra caduta era un pezzo di memoria. Ogni borgo svuotato era una pagina della nostra identità che veniva strappata.
Ma il drago per quanto feroce, avrebbe potuto essere sconfitto. Gli uomini delle montagne hanno sempre ricostruito dopo terremoti, guerre e nevicate. Con il tempo sarebbero tornati a vivere tra le loro case.
Poi è arrivato l'abominevole sciacallo.
Lo sciacallo non ha il volto della natura. Ha quello dello Stato e delle sue istituzioni, di una burocrazia infinita che ha trasformato una calamità in un labirinto senza uscita. Attorno al cratere si è mossa una macchina gigantesca fatta di ordinanze, commissari, uffici, consulenze, tecnici, varianti, autorizzazioni, controlli e rinvii. Una macchina che avrebbe dovuto restituire la vita e che troppo spesso ha restituito soltanto attese.
Per molti il terremoto è diventato un'occasione economica. Un mercato. Un sistema che alimenta se stesso. C'è chi ha costruito carriere, chi ha accumulato incarichi, chi ha trovato nel post-sisma una fonte di reddito. Intanto gli abitanti continuavano a vivere nelle SAE, nate come sistemazioni temporanee e trasformate negli anni in quartieri permanenti dell'abbandono.
Io sono uno di loro.
Ho visto passare le stagioni sempre dalla stessa finestra. Ho visto cambiare governi, commissari, leggi e promesse. Ho visto cantieri aprire e richiudersi, pratiche fermarsi, scadenze spostarsi, responsabilità dissolversi come neve al sole. Ho visto persone morire senza rientrare nella propria casa. Ho visto giovani andarsene perché non potevano aspettare ancora. Ho visto anziani spegnersi con la speranza negli occhi.
L' abominevole sciacallo non mangia le case. Mangia il tempo e quando ti ruba dieci anni di vita, ti ha rubato qualcosa che nessuno potrà più restituirti.
Poi arriva il terzo spettro.
È il più silenzioso.
È la desolazione.
La desolazione è una piazza senza bambini. È una scuola chiusa. È il bar del paese che non riapre più. È la festa patronale senza banda e senza processione. È un campo lasciato alle sterpaglie. È una stalla vuota. È il silenzio che sostituisce il suono delle campane.
La desolazione è lo spopolamento.
È una montagna che perde i suoi custodi. È una comunità che si dissolve lentamente fino a diventare un ricordo.
Le tradizioni della Laga non si conservano nei musei. Vivono nelle persone. Vivono nei racconti davanti al camino, nelle mani degli allevatori, nei sentieri conosciuti a memoria, nelle ricette tramandate, nei dialetti, nelle feste, nella solidarietà che ha sempre unito queste terre di confine.
Quando le persone se ne vanno, tutto questo muore con loro.
Si continua a parlare di ricostruzione come se bastasse rimettere in piedi qualche muro.
Ma un paese non è un insieme di edifici.
Un paese è una comunità.
Se ricostruisci le case e perdi gli abitanti, hai costruito un monumento al vuoto.
La vera ricostruzione avrebbe dovuto riportare la gente a vivere nei propri borghi. Restituire fiducia. Difendere la dignità di chi è rimasto. Invece, troppo spesso, ha prodotto soltanto scoraggiamento, rabbia e rassegnazione.
Il terremoto è stato una calamità naturale.
Il post-sisma è diventato una calamità umana.
Il drago ci ha tolto il passato.
Lo sciacallo ci ha rubato il presente.
La desolazione rischia di cancellare il futuro.
Eppure questa terra merita un destino diverso. Perché la Laga non è una periferia dimenticata della Repubblica. È uno scrigno di storia, cultura, tradizioni e identità. È un pezzo d'Italia che ha custodito per secoli ciò che altrove è andato perduto.
Se moriranno questi paesi, non perderanno soltanto gli abitanti del cratere.
Perderemo tutti.
Perché un popolo che lascia morire le proprie montagne, i propri borghi e la propria memoria finisce, lentamente, per perdere anche sé stesso.
Vittorio Camacci
Montagna in festa - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 336
L’intelligenza artificiale non esisteva quando sono nati i paesi della Laga. Ma, a guardarli oggi, viene il sospetto che qualcuno, parecchi secoli fa, avesse già ricevuto una versione sperimentale del programma.
Perché soltanto un’intelligenza non del tutto normale poteva decidere di mettere insieme, in pochi chilometri, montagne severissime e paesi minuscoli, torrenti gelidi e piazzette assolate, castagneti, faggete, chiese, campanili, fontane e strade che sembrano progettate apposta per far perdere l’orientamento a chiunque non sia nato lì.
La Laga è un grande artificio naturale. Un mondo costruito senza architetti, nel quale ogni borgo sembra avere deciso autonomamente dove mettersi, possibilmente sulla sommità di una collina, possibilmente lontano dalla strada principale e, se possibile, con almeno una salita capace di togliere il fiato prima ancora di arrivare alla piazza.
Poi ci sono le case. Pietra, legno, persiane, balconi, tetti. Case che per secoli hanno sopportato neve, terremoti, gelate, abbandoni e ritorni. Alcune sono ancora lì, orgogliose. Altre sono ferite. Altre aspettano che qualcuno si ricordi di loro.
Ma d’estate la Laga cambia.
I paesi si riempiono di automobili con targhe provenienti da mezza Italia. Tornano quelli che se ne erano andati quarant’anni prima e che, appena scesi dalla macchina, riconoscono perfino il sasso contro cui da bambini si erano sbucciati un ginocchio.
Ritornano i figli, i nipoti, gli amici degli amici e improvvisamente il paese che d’inverno conta poche anime diventa una metropoli.
Una metropoli, naturalmente, secondo i parametri della Laga.
Se arrivano cinquanta persone, si parla di grande affluenza. Se sono cento, qualcuno dice che non si vedeva tanta gente dai tempi della festa patronale del 1978. Se arrivano duecento persone, bisogna chiamare qualcuno che organizzi il traffico e allora comincia la stagione delle feste.
La sagra, innanzitutto. Che in montagna non è mai soltanto una sagra è un congresso internazionale della memoria.
Ci si incontra davanti a un piatto di pasta, a una griglia, a una fetta di pecorino, a un bicchiere di vino. Si mangia quello che la montagna ha prodotto per secoli e che oggi viene presentato come specialità tipica, possibilmente con un cartello scritto a mano e una signora che, mentre serve, ti spiega che quella ricetta “a casa mia si faceva diversamente”.
Non si butta via niente, nella Laga.
Nemmeno le ricette.
Nemmeno i ricordi.
Nemmeno le discussioni.
Puoi trovare due persone che abitano a tre chilometri di distanza e scoprire che da quarant'anni litigano su chi abbia inventato per primo una certa minestra, una certa festa o un certo modo di fare il formaggio e non provare a mettere pace.
La pace, in montagna, è una cosa seria e non va improvvisata poi arrivano le bande, gli organetti, i saltarelli e qui accade qualcosa di curioso.
Persone che durante l’anno si lamentano del mal di schiena, delle ginocchia, della pressione, della pensione e del governo, appena sentono partire un organetto ritrovano improvvisamente l’agilità dei vent’anni.
La fisica si arrende.
Il settantenne che cinque minuti prima aveva bisogno della sedia si lancia nel saltarello con una dignità agonistica che lascia intendere una lunga preparazione clandestina.
Le donne, naturalmente, osservano.
Poi partecipano e alla fine nessuno sa più chi abbia vinto.
Perché nelle feste della Laga la competizione è soltanto un pretesto. Quello che conta è esserci.
È esserci quando la piazza si riempie.
È esserci quando qualcuno porta fuori una vecchia fotografia e tutti si avvicinano per riconoscere il nonno, la zia, il cugino emigrato in Canada nel 1962.
È esserci quando una voce dice: “Questo qui è il paese com’era una volta” e per qualche secondo nessuno ha il coraggio di rispondere.
Perché la Laga è anche questo: un enorme archivio a cielo aperto nel quale le fotografie hanno spesso più abitanti delle case.
Ma poi arriva la sera e qui la montagna ha un vantaggio sleale sulla Riviera.
Non servono luci al neon, discoteche, stabilimenti balneari, luna park lunghi ottanta chilometri.
Basta spegnere qualche lampione e sopra la testa compare il cielo.
Un cielo così pieno di stelle che sembra quasi una provocazione.
Il turista viene in montagna per cercare la natura e scopre che la natura, quando vuole, sa essere anche abbastanza rumorosa: abbaiano i cani, gracchiano le cornacchie, cantano i grilli, scorre l’acqua, arriva un trattore da chissà dove e, alle sei del mattino, un gallo decide che la vacanza è durata abbastanza.
La Laga non ha bisogno della sveglia.
Ha il gallo e se non basta, ha il vicino che accende il decespugliatore alle sei del mattino
Poi ci sono le montagne.
Il Gorzano, Pizzo di Sevo, Cima Lepri, le valli, le cascate, i sentieri.
Qui non puoi semplicemente “fare una passeggiata”.
Devi prima dichiarare le tue intenzioni alla montagna.
Perché la montagna della Laga non è quella delle cartoline. È aspra, umida, severa. Ti concede l’acqua, l’ombra, i boschi e panorami straordinari, ma pretende in cambio un po’ di sudore e quando finalmente arrivi in alto, stanco e sudato, scopri che non c’è nessun chiosco che vende cocktail con l’ombrellino.
C’è una fonte.
Bevi e ti sembra la cosa più buona del mondo.
Forse è proprio questa la differenza.
Al mare si va per dimenticare.
In montagna, almeno nella Laga, si viene per ricordare.
Ricordare i paesi, le persone, i mestieri, le parole, le feste, le storie raccontate dagli anziani davanti alle porte di casa.
Ricordare che ogni borgo aveva un forno, una bottega, una scuola, una fontana, una stalla e un campanile.
Ricordare che quelle pietre non sono soltanto pietre.
Sono state case.
Sono state famiglie.
Sono state partenze.
Sono state ritorni e allora può succedere che, dopo aver camminato per un paese quasi vuoto, dopo aver mangiato una fetta di pane con il formaggio, dopo aver ascoltato un organetto suonare nella piazza e aver visto quattro bambini correre dietro a un pallone, tu possa pensare che in fondo la Laga non ha bisogno di diventare la Riviera Romagnola.
Le basta continuare a essere se stessa.
Con le sue feste improvvisate, le sue sagre interminabili, le sue discussioni sul nulla, le sue montagne troppo alte, le sue strade troppo strette, i suoi anziani che ricordano tutto e i suoi giovani che devono ancora decidere se restare o partire e quando qualcuno ti chiede che cosa ci sia da fare, quassù, d’estate, puoi rispondere semplicemente:
Niente ed è proprio questo il bello.
Perché dopo una vita passata a correre, produrre, consumare, prenotare, organizzare e arrivare sempre da qualche parte, nella Laga puoi finalmente sederti davanti a una fontana, guardare una montagna e non fare assolutamente nulla.
Che, di questi tempi, è quasi una forma di rivoluzione.
Vittorio Camacci