Dalla Laga all'Himalaya - di Vittorio Camacci
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Furono catturati in centinaia e per anni nessuno pronunciò più il loro nome.
Erano ragazzi della Laga. Venivano da Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Cortino, Crognaleto, Capitignano, Campotosto, Montereale, Accumoli e Amatrice. Erano figli delle pietraie, dei castagneti, dei pascoli che salgono verso le creste dei Monti della Laga e guardano sia al Gran Sasso che ai Monti Sibillini. Classi diverse, stessa schiena temprata dalla montagna, stesso vento addosso fin da bambini.
Quando le linee cedettero tra il 1941 e il 1943 finirono nelle mani degli Alleati. Come centinaia di migliaia di militari italiani divennero POW, prigionieri di guerra. Furono dispersi in tutto il mondo: nei campi della Gran Bretagna, nelle fattorie degli Stati Uniti, in Sudafrica, in Australia, in India. Un’intera generazione sradicata e sparsa oltre oceano. Anche per i ragazzi della Laga il destino prese strade lontane, troppo lontane per essere immaginate da chi era cresciuto guardando sempre lo stesso orizzonte di montagne.
L’8 settembre 1943 accese una speranza. L’armistizio sembrò promettere un ritorno rapido. Ma per la maggior parte di loro non cambiò nulla. Rimasero nei campi ancora per anni, sospesi in una terra di nessuno giuridica e morale: non più nemici dichiarati, non ancora uomini liberi. La prigionia continuò fino al 1946. Non furono campi di sterminio. Furono campi di attesa e l’attesa, per un montanaro abituato al lavoro e al silenzio, può pesare più del freddo.
Intanto a casa il mondo crollava. Il fascismo che li aveva mandati in guerra si dissolveva. I paesi della Laga cambiavano volto. Ma loro restavano dietro il filo spinato, con la giovinezza sequestrata prima dalla guerra e poi dal tempo.
Per molti la prigionia significò campagne inglesi, pianure americane, lavori agricoli sotto sorveglianza. Per altri, invece, il viaggio proseguì ancora più lontano.
Li imbarcarono verso l’Egitto, poi oltre, fino all’India. Un viaggio lungo come un esilio. Dopo un primo campo nel sud, li portarono a Yol, nel nord dell’India, non lontano da Dharamsala, ai piedi della catena del Dhauladhar. Il campo stava a circa 1200 metri, circondato da reticolati e torrette. Le baracche erano di legno, sei letti per stanza, separé fatti con coperte militari. La vita scorreva tutta uguale: appello, rancio, attesa, chiacchiere, ancora appello.
Eppure, tra quei reticolati, i montanari della Laga ricrearono una piccola patria. Chiamavano la loro baracca “Picco di Macina”, come un pendio sopra il paese e la sera parlavano dei castagni, delle greggi portate a pascolare verso il Farneto, della neve che isolava tutto e però non faceva paura, perché era la loro.
Impararono a fare di tutto. Con il filo del reticolato costruivano gabbiette per uccelli. Con le lenzuola rattoppate cucivano sacchi e tende. Mettevano da parte un cucchiaio di zucchero al giorno per farne scorta. Un professore torinese insegnava inglese e un maggiore veneto spiegava matematica. “Se non puoi cambiare la prigionia, cambia te stesso”, diceva Narciso, che aveva studiato un poco prima della leva.
Dopo l’armistizio, la disciplina si allentò. Con permessi chiesti mesi prima, poterono uscire senza scorta, a piccoli gruppi, per camminare sui monti attorno al campo. Non era libertà vera, ma ci somigliava e per tre uomini cresciuti sotto le creste della Laga quella somiglianza bastava.
La prima volta salirono fino a 2600 metri. Vedere il campo dall’alto li fece tremare: le baracche zincate erano diventate giocattoli, i reticolati fili sottili. “La montagna è più grande di qualsiasi prigione”, disse Mariano, che da ragazzo aveva fatto il carbonaio. Tornarono con gli occhi accesi.
Prepararono un’uscita più ambiziosa. Cucirono una tenda con brandelli di tela militare, fabbricarono una borraccia da un barattolo, misero da parte riso, soia, un po’ di margarina. Salirono verso un passo oltre i quattromila metri, tra rododendri arborei e lastre d’ardesia posate nei secoli dai montanari locali. Incontrarono pastori che scendevano verso la pianura con le greggi, attraversando valichi oltre i 4000 metri. I pastori chiesero perché volessero salire “lassù, tra neve e dèi”. I tre si guardarono e sorrisero: come si spiega a un uomo libero che sei prigioniero e che salire è l’unico modo per non sentirti tale?
Raggiunsero il passo a più di 4200 metri. Davanti a loro si apriva un mare di cime, e tra le nubi comparivano profili lontani dell’Himalaya. Il vento era tagliente, il fiato corto. Bevvero un sorso di grappa distillata di nascosto nel campo. Non dissero molto. Restarono in silenzio, come si fa davanti alle cose grandi.
Al tramonto, una luce rosa incendiò le rocce. Giovanni, che da ragazzo aveva visto arrossarsi le pareti del Gran Sasso in certe sere limpide, sussurrò una parola che gli inglesi non avrebbero mai capito: enrosadira. Per un istante non erano più in India. Erano sopra le case di pietra della Laga, con il fumo che saliva dai comignoli e il vento che portava odore di legna.
Tornarono al campo prima delle diciotto, per evitare punizioni. Rientrarono tra i reticolati con la schiena stanca e un segreto nel petto. Avevano aperto uno spiraglio.
Rimasero in India fino al ’46. Quando finalmente tornarono ai loro paesi della Laga trovarono montagne identiche e un mondo diverso. Non parlarono molto di quei giorni. Ma chi li vedeva salire ancora, anni dopo, verso le creste sopra il Tronto o verso i pascoli alti tra Abruzzo e Marche, capiva che su quelle cime lontane avevano imparato una cosa semplice e ostinata: che la libertà non è solo un luogo. È uno sguardo che nessun reticolato può trattenere.
Vittorio Camacci
Monteprandone al tramonto
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“Monteprandone al tramonto – Sulle orme di San Giacomo della Marca”
– appuntamento il 7 luglio
Monteprandone, uno dei Borghi più belli d’Italia, ospiterà martedì 7 luglio 2026 alle ore 18 l’iniziativa “Monteprandone al tramonto - Sulle orme di San Giacomo della Marca”, un evento culturale gratuito con guida turistica.
L’iniziativa partirà da Piazza dell’Aquila e condurrà i partecipanti alla scoperta di alcuni dei luoghi simbolo del grande predicatore francescano nato nel borgo piceno.
L’evento, promosso da Unione Sportiva Acli Marche APS in collaborazione con il Comune di Monteprandone, prevede la prenotazione obbligatoria tramite messaggio al numero 3939365509 entro il 5 luglio, fino a un massimo di 50 partecipanti.
San Giacomo della Marca nacque nel 1393 proprio a Monteprandone e fu una delle figure più influenti del francescanesimo europeo: predicatore instancabile, teologo, uomo di pace e autore di numerosi sermoni, percorse l’Italia e l’Europa promuovendo la riconciliazione nelle comunità e la difesa dei più deboli. Il borgo conserva ancora oggi un forte legame con la sua memoria attraverso luoghi di grande valore storico e spirituale come i musei e la sua casa natale.
Il percorso guidato attraverserà il centro storico, permettendo ai partecipanti di immergersi nell’atmosfera del borgo che vide crescere quello che poi divenne il patrono della città.
Il paese di Aspettaespera - di Vittorio Camacci
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Tra i monti dell’Appennino centrale, dove l’inverno pareva non finire mai e le case lesionate dal terremoto portavano ancora ferite aperte come vecchie cicatrici, sorgeva il paese di Aspettaespera.
Un borgo di pietra, aggrappato a una costa battuta dal vento, tra boschi di faggi e strade che di notte sembravano inghiottite dal nulla. Un tempo vi abitavano quasi cinquecento persone. Ora erano poco più di sessanta, quasi tutti anziani.
Le impalcature arrugginite avvolgevano ancora il campanile della piccola chiesa di San Michele. Alcune abitazioni avevano porte sprangate dal giorno del sisma; altre erano diventate tane di silenzio, con le finestre aperte al vento e le tende marcite dalla pioggia.
Ogni tanto arrivavano televisioni, politici, fotografi. Restavano poche ore.
Promettevano.
Sempre.
Poi sparivano.
Il paese invece rimaneva lì, sospeso.
Come un malato dimenticato.
Giulio, sessantadue anni, ex muratore, camminava lentamente lungo la via principale guardando le erbacce crescere tra i sampietrini. Aveva lavorato tutta la vita in Svizzera, era tornato per sistemare la vecchia casa dei genitori e trascorrere la pensione in pace, poi il terremoto aveva spezzato tutto.
La casa era stata dichiarata “temporaneamente inagibile”.
Temporaneamente.
Erano passati dieci anni.
Abitava in una casetta prefabbricata ai margini del paese, dove d’inverno il ghiaccio entrava persino sotto la porta.
La sera si ritrovava al bar con gli ultimi rimasti: Ernesto il pastore, Ada la maestra in pensione, Sandro che aveva perso il figlio emigrato in Germania, e Tonino, ex falegname che ormai passava le giornate davanti ai social sul telefono.
Il bar era l’ultimo luogo vivo.
Anche lì però regnava una strana stanchezza.
La televisione trasmetteva urla continue: guerre, politici che litigavano, influencer milionari, scandali, tragedie consumate in diretta.
"Vogliono solo rincoglionirci" diceva Ernesto sputando nel camino. "Ci tengono buoni come pecore."
Ada sospirava.
"Non è solo questo. È che la gente ha smesso di pensare. Preferisce ripetere slogan."
Tonino invece scorreva video sul cellulare.
"Guardate qui… uno che insegna come diventare ricchi senza lavorare."
Giulio osservava quei volti illuminati dalla luce azzurra dello schermo e provava una sensazione di vuoto.
Il terremoto non aveva distrutto solo le case.
Aveva finito ciò che il resto del mondo aveva iniziato da tempo.
I giovani erano partiti tutti.
Roma. Milano. L’estero.
Chi rimaneva sopravviveva tra pensioni minime, sussidi, lavori occasionali e rabbia.
Persino il piccolo supermercato aveva chiuso.
La scuola elementare pure.
L’ISTAT aveva pubblicato dati spaventosi: le aree interne dell’Appennino stavano morendo. Calo delle nascite irreversibile. Invecchiamento crescente. Emigrazione continua. Entro pochi decenni interi borghi sarebbero scomparsi.
Ma in televisione parlavano d’altro.
Sempre d’altro.
Una sera arrivò in paese una delegazione politica.
Auto nere, giacche eleganti, telecamere.
Promisero la rinascita.
Turismo digitale.
Smart village.
Nuove opportunità.
Un assessore parlò perfino di trasformare Aspettaespera in un “borgo dell’innovazione sostenibile”.
Gli anziani ascoltavano in silenzio.
Fu Giulio ad alzarsi.
"Scusate… ma qui manca il medico. L’ambulatorio apre due volte a settimana. La neve d’inverno ci isola. I ragazzi se ne vanno perché non c’è lavoro. Le case stanno crollando. Di che innovazione parlate?"
L’uomo sorrise meccanicamente.
"Comprendiamo il disagio…"
Giulio lo interruppe.
"No. Voi non comprendete niente."
Cadde il silenzio.
Persino le telecamere abbassarono l’audio.
'Sapete qual è il problema?" continuò Giulio. "Che ci avete abituati a tutto. Alla paura. Alla miseria. Alle promesse. Alla menzogna. Alla gente che urla senza capire. Ci avete abituati pure alla morte dei paesi."
L’assessore evitò il suo sguardo.
Pochi minuti dopo salirono tutti in macchina e se ne andarono.
Come sempre.
Quella notte Giulio non riuscì a dormire.
Uscì dal prefabbricato e guardò il paese immerso nella nebbia. Il campanile lesionato sembrava un fantasma.
Capì allora che Aspettaespera non stava morendo solo per il terremoto.
Moriva perché il mondo aveva trasformato gli uomini in spettatori impotenti.
Tutti schierati.
Tutti arrabbiati.
Tutti convinti di essere liberi.
Ma incapaci persino di salvare il proprio paese.
Nei mesi successivi morirono altri tre anziani.
Le case vuote aumentarono.
Il bosco iniziò lentamente a riprendersi i muri, le stalle, gli orti.
La natura non aveva fretta.
Gli uomini invece sì.
Un giorno anche il bar chiuse.
Giulio rimase seduto davanti alla serranda abbassata mentre il vento scuoteva l’insegna scolorita.
Si guardò intorno.
Il silenzio era assoluto.
Nessun bambino.
Nessuna voce.
Solo montagne.
Montagne immense e bellissime, testimoni immobili di un’Italia interna abbandonata lentamente da tutti: dalla politica, dall’economia, dalla cultura e forse persino da Dio.
Eppure, mentre il sole tramontava dietro le creste innevate, Giulio pensò che la tragedia più grande non fosse il crollo delle case.
Ma quello delle coscienze.
Vittorio Camacci
Esplorando Venarotta
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Domenica 14 Giugno, dalle 9,30 alle 12 circa, si terrà “Esplorando Venarotta”.
Si tratta di un evento gratuito promosso da Unione Sportiva Acli Marche APS. L’iniziativa rientra nel progetto “SSC – Social smart city” del Comune di Ascoli Piceno, sviluppato grazie al bando “Educare in comune” e coordinato dalle Acli provinciali per creare una rete territoriale capace di rafforzare il welfare comunitario.
Il percorso, guidato da una guida turistica, partirà dal parcheggio di Via Silvano Sabatini e toccherà i tanti siti di interesse culturale della città di Venarotta.
La partecipazione è gratuita, con un massimo di 60 posti disponibili.
Per iscriversi è necessario inviare un messaggio al 3939365509 indicando nome e cognome di chi partecipa entro il 12 Giugno.