Il paese di Aspettaespera - di Vittorio Camacci
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Tra i monti dell’Appennino centrale, dove l’inverno pareva non finire mai e le case lesionate dal terremoto portavano ancora ferite aperte come vecchie cicatrici, sorgeva il paese di Aspettaespera.
Un borgo di pietra, aggrappato a una costa battuta dal vento, tra boschi di faggi e strade che di notte sembravano inghiottite dal nulla. Un tempo vi abitavano quasi cinquecento persone. Ora erano poco più di sessanta, quasi tutti anziani.
Le impalcature arrugginite avvolgevano ancora il campanile della piccola chiesa di San Michele. Alcune abitazioni avevano porte sprangate dal giorno del sisma; altre erano diventate tane di silenzio, con le finestre aperte al vento e le tende marcite dalla pioggia.
Ogni tanto arrivavano televisioni, politici, fotografi. Restavano poche ore.
Promettevano.
Sempre.
Poi sparivano.
Il paese invece rimaneva lì, sospeso.
Come un malato dimenticato.
Giulio, sessantadue anni, ex muratore, camminava lentamente lungo la via principale guardando le erbacce crescere tra i sampietrini. Aveva lavorato tutta la vita in Svizzera, era tornato per sistemare la vecchia casa dei genitori e trascorrere la pensione in pace, poi il terremoto aveva spezzato tutto.
La casa era stata dichiarata “temporaneamente inagibile”.
Temporaneamente.
Erano passati dieci anni.
Abitava in una casetta prefabbricata ai margini del paese, dove d’inverno il ghiaccio entrava persino sotto la porta.
La sera si ritrovava al bar con gli ultimi rimasti: Ernesto il pastore, Ada la maestra in pensione, Sandro che aveva perso il figlio emigrato in Germania, e Tonino, ex falegname che ormai passava le giornate davanti ai social sul telefono.
Il bar era l’ultimo luogo vivo.
Anche lì però regnava una strana stanchezza.
La televisione trasmetteva urla continue: guerre, politici che litigavano, influencer milionari, scandali, tragedie consumate in diretta.
"Vogliono solo rincoglionirci" diceva Ernesto sputando nel camino. "Ci tengono buoni come pecore."
Ada sospirava.
"Non è solo questo. È che la gente ha smesso di pensare. Preferisce ripetere slogan."
Tonino invece scorreva video sul cellulare.
"Guardate qui… uno che insegna come diventare ricchi senza lavorare."
Giulio osservava quei volti illuminati dalla luce azzurra dello schermo e provava una sensazione di vuoto.
Il terremoto non aveva distrutto solo le case.
Aveva finito ciò che il resto del mondo aveva iniziato da tempo.
I giovani erano partiti tutti.
Roma. Milano. L’estero.
Chi rimaneva sopravviveva tra pensioni minime, sussidi, lavori occasionali e rabbia.
Persino il piccolo supermercato aveva chiuso.
La scuola elementare pure.
L’ISTAT aveva pubblicato dati spaventosi: le aree interne dell’Appennino stavano morendo. Calo delle nascite irreversibile. Invecchiamento crescente. Emigrazione continua. Entro pochi decenni interi borghi sarebbero scomparsi.
Ma in televisione parlavano d’altro.
Sempre d’altro.
Una sera arrivò in paese una delegazione politica.
Auto nere, giacche eleganti, telecamere.
Promisero la rinascita.
Turismo digitale.
Smart village.
Nuove opportunità.
Un assessore parlò perfino di trasformare Aspettaespera in un “borgo dell’innovazione sostenibile”.
Gli anziani ascoltavano in silenzio.
Fu Giulio ad alzarsi.
"Scusate… ma qui manca il medico. L’ambulatorio apre due volte a settimana. La neve d’inverno ci isola. I ragazzi se ne vanno perché non c’è lavoro. Le case stanno crollando. Di che innovazione parlate?"
L’uomo sorrise meccanicamente.
"Comprendiamo il disagio…"
Giulio lo interruppe.
"No. Voi non comprendete niente."
Cadde il silenzio.
Persino le telecamere abbassarono l’audio.
'Sapete qual è il problema?" continuò Giulio. "Che ci avete abituati a tutto. Alla paura. Alla miseria. Alle promesse. Alla menzogna. Alla gente che urla senza capire. Ci avete abituati pure alla morte dei paesi."
L’assessore evitò il suo sguardo.
Pochi minuti dopo salirono tutti in macchina e se ne andarono.
Come sempre.
Quella notte Giulio non riuscì a dormire.
Uscì dal prefabbricato e guardò il paese immerso nella nebbia. Il campanile lesionato sembrava un fantasma.
Capì allora che Aspettaespera non stava morendo solo per il terremoto.
Moriva perché il mondo aveva trasformato gli uomini in spettatori impotenti.
Tutti schierati.
Tutti arrabbiati.
Tutti convinti di essere liberi.
Ma incapaci persino di salvare il proprio paese.
Nei mesi successivi morirono altri tre anziani.
Le case vuote aumentarono.
Il bosco iniziò lentamente a riprendersi i muri, le stalle, gli orti.
La natura non aveva fretta.
Gli uomini invece sì.
Un giorno anche il bar chiuse.
Giulio rimase seduto davanti alla serranda abbassata mentre il vento scuoteva l’insegna scolorita.
Si guardò intorno.
Il silenzio era assoluto.
Nessun bambino.
Nessuna voce.
Solo montagne.
Montagne immense e bellissime, testimoni immobili di un’Italia interna abbandonata lentamente da tutti: dalla politica, dall’economia, dalla cultura e forse persino da Dio.
Eppure, mentre il sole tramontava dietro le creste innevate, Giulio pensò che la tragedia più grande non fosse il crollo delle case.
Ma quello delle coscienze.
Vittorio Camacci
Esplorando Venarotta
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Domenica 14 Giugno, dalle 9,30 alle 12 circa, si terrà “Esplorando Venarotta”.
Si tratta di un evento gratuito promosso da Unione Sportiva Acli Marche APS. L’iniziativa rientra nel progetto “SSC – Social smart city” del Comune di Ascoli Piceno, sviluppato grazie al bando “Educare in comune” e coordinato dalle Acli provinciali per creare una rete territoriale capace di rafforzare il welfare comunitario.
Il percorso, guidato da una guida turistica, partirà dal parcheggio di Via Silvano Sabatini e toccherà i tanti siti di interesse culturale della città di Venarotta.
La partecipazione è gratuita, con un massimo di 60 posti disponibili.
Per iscriversi è necessario inviare un messaggio al 3939365509 indicando nome e cognome di chi partecipa entro il 12 Giugno.
Itinerari inclusivi sulle tracce di San Francesco
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Al via il progetto “Percorsi culturali piceni – Itinerari inclusivi sulle tracce di San Francesco”
Prende il via “Percorsi culturali piceni – Itinerari inclusivi sulle tracce di San Francesco”, il nuovo progetto promosso dall’Unione Sportiva Acli Marche APS e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno. L’iniziativa propone un ciclo di dieci eventi culturali dedicati alla riscoperta dell’eredità francescana nel territorio piceno, in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.
Il progetto coinvolgerà nove comuni – Ascoli Piceno (con due iniziative), Venarotta, Monteprandone, Grottammare, Offida, Ripatransone, Montalto delle Marche, Montedinove e Rotella – valorizzando chiese, conventi, eremi, musei e luoghi legati alla tradizione minoritica. Ogni appuntamento prenderà avvio da un sito francescano di particolare rilievo e si svilupperà attraverso un percorso culturale accessibile, guidato da professionisti qualificati.
Il primo appuntamento è in programma venerdì 12 giugno 2026 alle ore 21 ad Ascoli Piceno, con partenza da Via 3 Ottobre, davanti alla sede Acli. L’evento, gratuito e accompagnato da guida turistica, condurrà i partecipanti alla scoperta dei luoghi cittadini legati a San Francesco. La prenotazione è obbligatoria tramite messaggio al numero 393 9365509 entro il 10 giugno (massimo 100 partecipanti).
L’iniziativa “Itinerari inclusivi sulle tracce di San Francesco” consolida il progetto generale “Percorsi culturali piceni”, giunto alla quarta edizione e già capace di coinvolgere più di un migliaio di persone nella scoperta dei siti culturali del Piceno.
Per la realizzazione degli eventi è stata attivata una rete di collaborazione che comprende, tra gli altri, l’Aps Sordapicena Sociale e l’Ente Nazionale Sordi di Ascoli Piceno/Fermo, per garantire – attraverso il servizio di interpretariato LIS – la piena partecipazione delle persone sorde.
Altri partner sono l’Ambito Sociale Territoriale n. XXII – Comune capofila Ascoli Piceno, i Comuni di Grottammare, Montalto delle Marche, Offida, Monteprandone, Ripatransone e Venarotta, insieme all’Associazione Centro Iniziative Giovani, impegnata nel coinvolgimento della popolazione giovanile.
Percorsi culturali piceni intende costruire un itinerario condiviso che unisca luoghi, comunità e memorie, rafforzando il senso di appartenenza e promuovendo un turismo lento e sostenibile. Un’occasione per riscoprire il patrimonio francescano del Piceno attraverso un approccio inclusivo, partecipato e profondamente radicato nel territorio.
Due vecchi amici - di Vittorio Camacci
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Mario e Middio si erano conosciuti da ragazzi, in collegio. Uno veniva dall’Abruzzo duro e schietto, l’altro dalle Marche, con quell’aria tranquilla ma sempre con un occhio attento alle cose. Poi la vita li aveva portati lontano, tra lavoro, famiglia e stagioni che scorrono senza chiedere permesso.
Passarono gli anni, tanti. Finché un giorno, quasi per caso, si ritrovarono.
«Oh Middio! Ma si’ proprie tu?»
«Mario! Ma guarda mbuo’… ancora campi!»
Si abbracciarono come si abbracciano quelli che si vogliono bene davvero, senza troppe parole.
Mario, da buon abruzzese, non perse tempo:
«Oh, senti… mo’ devi venì da me. T’aspetto alla fattoria e non si discute.»
Dopo qualche settimana, Middio arrivò. Mario lo accolse a braccia aperte e gli presentò la moglie.
«Questa è Marietta.»
«Piacere!»
«Piacere… ma mettiti comodo che qua si mangia, eh!»
Lo portò a fare il giro dei suoi possedimenti: l’orto con le file ordinate, la stalla con le bestie belle pasciute, la cantina fresca con l’odore di vino buono.
Poi la tavola... e che tavola.
Pane, salumi, formaggi, vino cerasuolo che pareva cantasse nel bicchiere. Middio mangiava, beveva e annuiva.
«Mario… qua si sta meglio che al paradiso.»
«Eh… nu' simme gente semplice, ma non ci facciamo mancà niente.»
A fine giornata, Mario si presentò con i doni:
una cassetta piena di ortaggi, una bottiglia d’olio, una damigiana di cerasuolo, insaccati e una bella forma di pecorino.
«Questo è per te. È rispetto.»
Middio rimase colpito, quasi commosso.
«Mario… mo’ tocca a me.»
Passarono alcuni mesi e arrivò l’invito.
«Oh! Mario, vieni da me. Stavolta tocca alle Marche.»
Mario partì curioso. Arrivò e trovò Middio ad aspettarlo davanti a casa.
«Benvenuto! Questa è Cesira.»
«Piacere!»
«Entrate, entrate…»
E via anche lì: orto perfetto, quasi da esposizione.
«Guarda che pomodori!»
«Eh!»
«Guarda che zucchine!»
«Eh!»
«Guarda che patate!»
«Eh!»
«Guarda che peperoni!»
«Eh!»
«Guarda che melanzane!»
Middio ogni volta chiamava la moglie:
«Cesira! Prepara una busta di questi per Mario!»
«Cesira! Pure di quelli!»
Mario già pensava: “Oh, questo è pure più generoso de me…”
Poi scesero in cantina.
Botti grandi, ordinate.
«Questo è rosso piceno… questo pecorino… questo trebbiano…»
Mario guardava ammirato.
«Assaggia!» disse Middio.
«Cesira! Porta un piatto e un cucchiaio!»
Mario rimase un attimo perplesso, ma fece finta di niente.
Middio aprì il rubinetto della botte e versò un po’ di rosso piceno nel piatto.
Mario, con il cucchiaio, assaggiò.
«Middio… è na meraviglia!»
«Eh… lo so.»
Poi:
«Cesira! Porta la damigiana!»
Così detto gliela riempì tutta per regalo.
Mario, contento, salutò e se ne tornò in Abruzzo.
Appena uscì, Cesira guardò il marito e scosse la testa.
«Middio… ma sei proprio strano. Ma perché gli hai fatto assaggiare il vino col piatto e il cucchiaio? Non potevi dargli un bicchiere come si deve?»
Middio la guardò serio… poi fece un mezzo sorriso furbo.
«Cesì… ma tu non capisci niente.»
«E che dovrei capì?»
«Se Mario beveva col bicchiere… alzava lo sguardo.»
«E quindi?»
Middio indicò il soffitto della cantina.
Appese alle pertiche c’erano file di prosciutti, lonze, salami e forme di formaggio.
«E quindi… vedeva tutto quello.»
Cesira capì. Si mise le mani sui fianchi.
«E allora?»
Middio, con aria tranquilla, concluse:
«E allora… dopo, per rispetto e reciprocità… glie' dovevo regalà pure qualcosa de quelli!»
Vittorio Camacci