Percorsi di arte e cultura
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 254
Domenica 18 Gennaio
“Percorsi di arte e cultura” a Monsampolo del Tronto
Il Circolo Oscar Romero Aps/Asd, in collaborazione con il Comune di Monsampolo del Tronto e U.S: Acli Comitato Regionale Marche APS, organizza l’iniziativa “Percorsi di Arte e Cultura”, dedicata alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico locale. L’evento si terrà domenica 18 gennaio 2026 alle ore 9:30, con ritrovo presso lo spazio antistante l’Abbazia dei Santi Benedetto e Mauro, nella frazione Stella di Monsampolo del Tronto. Sono previste visite guidate gratuite con guida turistica all’Abbazia e a seguire anche al borgo di Monsampolo del Tronto. La partecipazione è gratuita ma soggetta a prenotazione obbligatoria tramite messaggio al numero 3939365509 entro il 16 gennaio. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 50. L’iniziativa rientra nel progetto “Gli Itinerari della Fede”, volto a promuovere la conoscenza dal punto di vista storico e artistico dei luoghi di culto e delle tradizioni spirituali del territorio. Un’occasione per vivere un’esperienza culturale immersiva tra arte, storia e spiritualità in uno dei borghi più affascinanti delle Marche.
Mentre fuori nevica - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 415
Fuori nevicava, ormai, da tre giorni ed Egidio se ne stava sdraiato sulla sedia a dondolo davanti al camino acceso della cucina. Le fiamme del fuoco erano l'unica fonte sfavillante che illuminava flebilmente tutta la stanza. Il gatto era raggomitolato ai suoi piedi e dormiva beatamente. Non possedeva un televisore, non poteva comprare il giornale, non poteva neanche scambiare delle chiacchiere con qualcuno perché con una neve così nessuno dei vicini era disposto a uscire di casa. Non poteva giocare a carte perché per farlo bisognava essere minimo in due. Non poteva bersi una birra o un'aranciata perché in casa esisteva solo l'acqua potabile nel secchio appeso sul lavandino della cucina e il fiasco di rosso piceno che suo figlio controllava rigorosamente per evitare eventuali sbornie.
Eppure Egidio non si annoiava. A quell'epoca non si era mai sentito di anziani caduti in depressione per mancanza di qualcosa. Poi la mattina presto la prima ad affacciarsi in cucina era la nuora Flora, una bella signora mora, curata, ben pettinata, con un viso morbido e sorridente, sembrava persino che non si fosse appena alzata dal letto.
"Ijih durmite be', papà?" lo salutò. "Moh varie ijoh la stalla a mongne la vacca!"
Più tardi scendeva le scale il figlio Ernesto: basso, tarchiato e sempre ingrugnito. Egidio lo rimproverava sempre: "Pe' forza ste' 'ncazzate, se ti piglive la moglie più brutta era meglie!"
Poi scendevano i tre nipotini, due maschi e una femmina, come un terremoto, sempre scalmanati. Ma Egidio sapeva tenerli a bada. La Flora scaldò il latte e tutti si sedettero a tavola per la colazione. Ognuno aveva il suo posto; i bambini stavano sulle sedie impagliate con le ginocchia, nonostante il richiamo del nonno e dei genitori e già inzuppavano il pane fresco nelle enormi tazze.
Flora ed Ernesto si alzarono dalla tavola per primi perché dovevano accudire gli animali, rifare la stalla, portare il fieno alle mucche, dare la "broda" ai maiali, il becchime alle galline, poi mungere e accudire le pecore.
Il vecchio Egidio si rimise vicino al camino con il compito di mescolare, ogni tanto, un tegame di fagioli appoggiato sopra un treppiedi sui carboni ardenti, mentre teneva a bada i monelli che, a causa della forte nevicata, non erano andati a scuola. Per fortuna era un narratore inesauribile di favole e i tre si accucciavano ai suoi piedi per ascoltare.
Ridendo e scherzando si fece mezzogiorno. Flora aveva fatto una sfoglia con sei uova, l'aveva lasciata riposare un'oretta e poi l'aveva tagliata a quadretti. Tutti si piazzarono di nuovo a tavola per mangiare con gusto la minestra con i fagioli e una frittata con la pancetta.
Nel pomeriggio Egidio rimase solo. I bambini erano in camera a studiare ed egli si divertì a rinverdire i ricordi. Ormai era vedovo da circa dieci anni e spesso pensava alla Pina, una signora del paese che negli anni di gioventù era stato il suo primo amore. Si erano sempre piaciuti, i loro sguardi si incrociavano spesso, ma Egidio non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi e il tutto non ebbe seguito.
Adesso fantasticava, pensava a una storia diversa: lui che finalmente si sbilanciava e la Pina entusiasta che gli buttava le braccia al collo e gli diceva che non aspettava altro. Ed allora abbandonavano le rispettive famiglie e fuggivano lontano. Dove? Forse a Roma, Milano, persino all'estero, fino a Parigi, dove nessuno li conosceva e potevano ricostruirsi una vita fantastica.
Ogni volta era così ed i suoi occhi si riempivano di lacrime, quando improvvisamente sentì bussare alla porta. Chi poteva essere con un tempaccio così? Non ci crederete: si aprì la porta e comparve un omone vestito di nero con la cappelletta tutta imbiancata.
Era Don Aldo, il prete del paese, che disse a voce alta:
"Sei pronto per una briscola, brutto comunista mangiapreti?"
Egidio sorrise sotto i baffi e rispose:
"Don Aldo, sempre a rompe li scatole a li povere pinsiunate? Entra, che 'nen te facce vence nemmene na ma' stavorda!"
Il prete si scrollò la neve di dosso e si sedette al tavolo. "Ho portato le carte e anche un fiasco di rosso... Ma non dirlo a tuo figlio!"
La partita iniziò e dopo un paio di mani Egidio si mise a ridere:
"Don Aldo, tu prighe tutte li di' ma guarda case ije' sempre lu diavele che da lì carte!"
" Ah! Egidio la tua lingua è sempre più affilata delle mie prediche!" Rispose Don Aldo con una risata. Poi si rimise il cappelletto e, dopo essersi scolato un bicchiere del famoso rosso piceno, uscì nella neve, lasciando la casa piena di risate ed il profumo del camino che continuava a bruciare.
Vittorio Camacci
La messa di mezzanotte - di Vittorio Camacci
- Dettagli
- Categoria: Notizie
- Visite: 173
Era la notte di Natale, alla fine degli anni Sessanta, il piccolo borgo di Spelonga era avvolto in un silenzio ovattato dalla neve caduta durante tutta la giornata. Le case, strette l'una all'altra, sembravano custodire il calore delle famiglie radunate per il cenone, mentre dalle finestre illuminavano flebili luci di lampadine a incandescenza.
La salita verso la chiesa di piazza Sant’Agata cominciava già da " ijo' lì Calipicciu'" , serpeggiando tra le abitazioni e gli orti sommersi dalla neve. Gli uomini e i bambini si mettevano in cammino poco prima della mezzanotte, avanzando nel bianco che copriva ogni cosa. Nonostante il freddo pungente, si percepiva un’atmosfera di aspettativa. Le voci si mescolavano al rumore dei passi che affondavano nella neve, creando un ritmo familiare, quasi rassicurante.
La chiesa, posta al centro della piazza, dominava il borgo con la sua semplicità austera. Quando i primi arrivarono in cima, le campane iniziarono a suonare, scandendo il richiamo della messa di mezzanotte. Il portone si apriva lentamente, lasciando intravedere l’interno illuminato dalle candele sull’altare.
Dentro, l’atmosfera era intima e raccolta. La gente si sistemava sulle panche di legno, lasciando il freddo alle spalle. L’odore dell’incenso si mescolava a quello della cera delle candele, creando un profumo che sembrava avvolgere ogni angolo. Il parroco, don Paolo, si preparava sull’altare con movimenti misurati, mentre i bambini si avvicinavano al presepe sistemato sul lato destro della navata.
Il presepe era semplice ma curato nei dettagli: le montagne in cartapesta imitavano quelle che circondavano il paese e le casette di legno richiamavano quelle del borgo. Un piccolo specchio creava l’effetto di un laghetto ghiacciato, su cui alcuni pastori sembravano osservare il cielo stellato dipinto sullo sfondo.
La messa iniziò con un canto intonato da quasi tutte le donne e qualche sporadica voce maschile, accompagnati da un organo antico, il cui suono riempiva la chiesa con dolcezza e qualche lieve incertezza. Don Paolo parlò del Natale come del momento in cui il cuore degli uomini poteva riscoprire il valore della comunità, un tema che toccava profondamente gli abitanti del paese, abituati a condividere le difficoltà e le gioie della vita montana.
Dopo la funzione, la piazza si animò. La neve aveva smesso di cadere e una leggera brezza gelida faceva scintillare i cristalli ghiacciati sotto la luce della luna. Gli uomini si radunarono in piccoli gruppi, scambiandosi auguri, commentando il raccolto o le previsioni per l’inverno. I bambini correvano avanti e indietro, lasciando tracce effimere sulla neve.
Il ritorno a casa avvenne nel silenzio, con i passi che scandivano il ritmo del viaggio verso il calore delle proprie abitazioni. La notte di Natale si chiuse così, con un senso di pace che, per un momento, sembrava aver ricoperto tutto, come la neve che avvolgeva le montagne di Spelonga.
Vittorio Camacci
