Nevica - di Vittorio Camacci
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Oggi devo restare a casa, non mi posso muovere: fuori nevica. Qui, quanto durerà la nevicata non si può prevedere. La neve mette tutto a posto, copre il disordine, nasconde teli svolazzanti, secchi, tavole, automobili. Pian piano i suoni cominciano ad attutirsi fino ad un silenzio unico: solo la neve può far tacere la montagna. Oggi sono felice, ho abbastanza scorte alimentari, questa visione mi rilassa, mi fa godere della pace, resterò chiuso in casa a sistemare le mille cose rimandate. Fuori continua a nevicare, la neve ha diversi colori e dimensioni: delle volte sono fiocchi pesanti che sembrano bocconi, si poggiano senza vento e raggiungono altezze stupefacenti, altre volte sono lamelle appiccicose che costruiscono montagne e scogli appoggiandosi sui muri delle case, oppure può essere fine e ventosa da entrare fin sotto il portone.
Negli anni ho fatto i conti con la fatica, con il ghiaccio, la neve, i lupi, le bestie e gli uomini. Per carità, niente a che vedere con quella antica, quella dei tempi dei miei avi, quella di gente che non aveva mai visto il mare, che camminava tutta storta piegata dallo sfinimento della vita, dal portare i pesi come i muli. Facevano il fieno con le falci, ore ed ore di cammino per poi entrare in una stalla, piena di mosche, a mungere e fare subito dopo il formaggio.
Continua a nevicare, al bar si gioca a carte, si ride e si racconta, sono le giornate in cui si scoprono le storie delle persone, le storie di un paese, sono le giornate dove si rivelano fatti e misfatti, ci vorrebbero tante nevicate per sapere chi siamo e da dove veniamo, è la luce della neve a far miracoli. È vero, in montagna si litiga ancora per un centimetro di terra, ci si toglie il saluto per un cancello aperto che avrebbe potuto far scappare le bestie, per un tronco di legno, per i posteggi auto e persino per le antenne della TV ma quando ci si ritrova davanti ad un piatto di minestrone caldo si fa pace con tutti.
Quando finisce una bufera di neve, arriva finalmente il sole, la sua luce diventa potentissima sul bianco della neve e regala una gioia unica. Quando c’è la neve è bellissimo restare a casa.
Vittorio Camacci
Il toro che attraversò la Laga - di vittorio Camacci
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Situata in una conca pianeggiante nell'alta Valle del Tronto a 955 metri d'altitudine, in una posizione di cerniera tra il Piceno, la Marsica, la Sabina e l'Umbria, Amatrice può essere considerata la "Capitale" della Laga, come una freccia puntata verso Roma le cui retro punte laterali, Ascoli Piceno e Teramo fanno l'occhiolino alla costa Adriatica.
Solo da un centinaio d'anni è parte della regione Lazio mentre per secoli è stato un lembo dell'Abruzzo incuneato nello Stato Pontificio. Fu durante il periodo angioino, esattamente nel 1283 che il Principe di Salerno, il futuro Re Carlo II, per la fedeltà dimostrata al sovrano nella crisi dei vespri siciliani, le fece ottenere il privilegio di organizzare una fiera. Grazie a questo evento divenne ben presto fiorente e popolosa contando fino a cinquemila abitanti. Trovandosi tra i Monti della Laga e lo snodo delle vie appenniniche, svolse un prezioso ruolo mediatore tra i pascoli d'alta quota e i percorsi dei mercanti, raccordando, attraverso la Via Picente, gli Abruzzi al Lazio, l'Umbria e le Marche. È qui il cuore della transumanza, parola derivante dal latino "trans', aldilà e "humus", terra, sta ad indicare la migrazione stagionale, che parte in autunno e torna a primavera, dei pastori e delle loro greggi attraverso larghi sentieri erbosi detti tratturi, dal latino "trahere", condurre, menare.
Grazie a questa pratica ed a un contiguo numero di armenti, nel Rinascimento, Amatrice riuscì a creare attività artigianali considerevoli, la manifattura ed il conseguente commercio di particolari tessuti ricavati dal vello, i pannilana, resistenti e caldi anche se ruvidi. Di diversi colori e tipologie riscuotevano successo in tutti i mercati delle regioni limitrofe. "Il mercato della lana Rinascimentale era un motore di ricchezza paragonabile a quello dell'estrazione del petrolio dei giorni nostri". Fino agli anni cinquanta del secolo scorso si poteva assistere ad Amatrice, grazie alla transumanza ed alle greggi, ad una grande fiera che si svolgeva il giorno di San Giuseppe, il cui centro nevralgico era il "Campo della Fiera", l'odierna Piazza Sagnotti, che non bastava a contenere tutti gli armenti (oltre a pecore e capre anche cavalli e buoi e tutti gli animali domestici) ma anche arnesi da cucina, da lavoro e vestiario per le aziende di allevamento e quindi si spandeva in tutte le vie ed il circondario della cittadina, capitale dell'Alta Sabina. Ad una di queste fiere, che si teneva nel primo dopoguerra, si recarono due fratelli di Gimigliano, ridente paesino collinare sito a nord-ovest di Ascoli Piceno, per acquistare un toro. Erano due impenitenti scapoli, dotati di un cospicuo portafoglio impinguato dal duro lavoro di coloni agricoli. Di solito con tale lavoro non si diventava ricchi ma quando si era esenti da vizi e i soldi non si spendevano, all'epoca si poteva godere di un certo benessere.
I due erano affiatati nelle scelte e notato subito un bell'esemplare esposto in vendita da un allevatore di Cesacastina, pattuirono il prezzo incamminandosi immediatamente con l'animale lungo la via Salaria. A sera inoltrata raggiunsero la loro fattoria, stanchi ed affamati, legarono in fretta e furia il toro fuori dalla porta della stalla. Il mattino successivo la bestia era scappata. Dopo un lungo bisticcio toccò all'incauto fratello minore il compito di recuperare il toro. Dotato di buone gambe, fisico asciutto e una proverbiale pazienza il giovane con un lungo cammino di due giorni attraversò la Laga passando per Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Cortino, Piano Roseto, Crognaleto fino a giungere a Cesacastina. Qui trovò il bovino che con l'istinto era tornato nel recinto del vecchio proprietario e tra lo stupore della numerosa famiglia del colono raccontò la sua incredibile traversata sulle orme del toro. Si fermò, così, un paio di giorni ospite in quella casa accogliente per ritemprarsi dalla fatica provata ed in questo lasso di tempo s'innamorò della figlia maggiore dell'ospitante, una ragazza costumata e laboriosa, soprattutto una brava cuoca. Detto/fatto oltre al toro riportò a Gimigliano un'abile mogliettina.
Con quel fenomeno culinario in casa i due fratelli gongolavano dalla contentezza: un giorno i maccheroni con le pallottine, l'altro le scrippelle mbusse, e poi il timballo, le virtù, la tacchinella canzanese, le mazzarelle, i ravioli di ricotta, le sfogliatelle, il formaggio fritto, i panzerotti, le ceppe, i tonnarelli, l'agnello cacio e ova, la pecora alla callara, il coniglio rosolato, la pizza dolce, i calcionetti. In breve tempo ingrassarono notevolmente e dopo aver pranzato presero il vizio di dormire satolli sotto il portico dell'aia. Il pomeriggio non lavoravano quasi più e nel giro di pochi anni si ritrovarono paffuti ed imbolsiti perdendo il loro proverbiale benessere, diventando una delle famiglie più povere del paese.
"Chi è lungo a mangiare... Lo è anche a lavorare"!
"Pancia piena, mani vuote"
"Troppa tavola e poco sudore, portano miseria e dolore"
Vittorio Camacci
Il turismo montano del futuro - di Vittorio Camacci
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La carenza di neve naturale e i costi elevati per produrre quella artificiale stanno mettendo in crisi il turismo invernale, spingendo alla creazione di nuovi modelli di turismo invernale. Anche lo scorso inverno, come il precedente, molte piste sulle Alpi sono state ridotte a sottili strisce di neve artificiale circondate da prati verdi e montagne spoglie. Temperature miti e scarse precipitazioni continuano a influire negativamente sulla quantità di neve, specialmente nelle Alpi e negli Appennini.
La progressiva riduzione della neve naturale rappresenta una minaccia per un settore fondamentale dell’economia italiana: il turismo invernale. Secondo i dati ISTAT, prima della pandemia circa il 13% dei pernottamenti in Italia si concentrava in località montane, con una spesa dei turisti stranieri che nel 2019 ha sfiorato i 2 miliardi di euro. Tuttavia, lo studio della Banca d’Italia del 2022, che ha analizzato 20 anni di dati relativi a 39 stazioni sciistiche italiane, ha confermato che il riscaldamento globale sta compromettendo seriamente questo comparto. Le località a quote più alte, come quelle in Valle d’Aosta, risultano meno colpite rispetto a quelle in Trentino-Alto Adige o in tutto l'Appennino, dove la minore altitudine e l’aumento delle temperature incidono maggiormente sulla neve disponibile. Nonostante il crescente utilizzo di neve artificiale, il suo effetto sulla presenza turistica rimane marginale: i dati dimostrano che quando manca la neve naturale, anche con gli impianti aperti, il numero di visitatori cala drasticamente.
Produrre neve artificiale è un processo oneroso sia in termini economici che ambientali. Per innevare un ettaro di pista servono circa 1.000 metri cubi d’acqua e tra i 2.000 e i 7.000 kilowattora di energia elettrica. Inoltre, il funzionamento dei cannoni sparaneve dipende dalle condizioni meteorologiche: temperature troppo alte rendono impossibile la produzione di neve. Con l’aumento delle temperature, le stagioni sciistiche si accorceranno ulteriormente, mentre i costi per l’innevamento cresceranno, rendendo impraticabile questa soluzione nelle località più basse.
Per sopravvivere, il turismo montano dovrà diversificarsi. Gli esperti suggeriscono di investire in attività meno legate alla neve, come il turismo estivo, eventi culturali, sport alternativi e iniziative legate al benessere. Località come Andermatt, in Svizzera, stanno già sperimentando nuove strategie per affrontare i cambiamenti climatici, ma con costi ambientali ed economici significativi.
Legambiente ha denunciato la scarsa sostenibilità di molti impianti situati a bassa quota, definiti casi di “accanimento terapeutico”, poiché sopravvivono solo grazie a fondi pubblici. Tra questi, Col du Joux (1.600 m, Valle d’Aosta) e Bolbeno (560-660 m. Trentino) hanno ricevuto milioni di euro per progetti che rischiano di essere poco redditizi. L’associazione ha censito oltre 230 impianti dismessi e sottolineato l’urgenza di una transizione verso un turismo montano più sostenibile.
Il turismo invernale non può più basarsi esclusivamente sullo sci alpino. Le comunità montane devono riconfigurare la propria offerta, puntando su un modello di sviluppo che integri sostenibilità e diversificazione, per garantire un futuro economicamente ed ecologicamente sostenibile.
Vittorio Camacci
Percorso sulle chiese di Offida
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“Salute in cammino per la cultura”: sabato 21 dicembre un percorso sulle chiese di Offida
Nuovo appuntamento, sabato 21 dicembre, con l’iniziativa “Salute in cammino per la cultura”, promossa per il settimo anno consecutivo dall’Unione Sportiva Acli Marche Aps.
Questa volta sarà Offida a ospitare un evento dedicato alle tante chiese presenti nel centro storico della città attraverso un vero e proprio percorso culturale.
La manifestazione è realizzata grazie al sostegno di Regione Marche e Comune di Offida, assessorato al turismo.
Il programma dell’iniziativa prevede il ritrovo dei partecipanti alle 15 nel Piazzale delle merlettaie e a seguire un percorso cittadino della durata di circa 2 ore sul tema “Opere d’arte devozionali: le chiese di Offida”.
Per partecipare (massimo 50 persone) occorre prenotare tramite un messaggio al numero 3939365509 indicando il proprio nome e cognome entro il 19 dicembre.