Gli ultimi mulattieri - di Vittorio Camacci
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Uno dei più dolci ricordi della mia infanzia erano i giorni passati in compagnia degli ultimi mulattieri.
Nella fantasia di un bimbo, vivace e immaginoso come me, essi erano dei "Sacerdoti del Tempo”. Stare dietro a Gigi, Giò, Zio Milie, Marà, Vico, Minghe, Giancarlo, Caiola era come tornare indietro nel tempo, anzi, era mia convinzione che essi provenissero da un’altra epoca perché vivevano una dimensione particolare, molto personale: interagivano con i loro animali, spesso parlavano con loro, vivevano una simbiosi unica che si rapportava ai tempi naturali delle stagioni. Avevano a che fare con bestie pazienti e cocciute che si muovevano sotto il suono ipnotico degli zoccoli, che non galoppavano mai e trottavano soltanto al passo di carico, da condurre tra guadi di fossi e dirupi, come una pena infinita.
Come i loro animali, avevano inoltre una grande resistenza alla fatica ed una fortissima capacità d'adattamento alle condizioni climatiche più cangianti ed avverse. Inoltre, erano profondi conoscitori dei sentieri e del territorio dove sapevano orientarsi con estrema bravura. Il mulo è un animale ibrido che si ottiene dall'accoppiamento dell’asino con la cavalla, mentre dall'accoppiamento inverso, deriva il bardotto. Per questo fatto il mulo è un animale sterile che assomiglia più all'asino che al cavallo e per questo ha pregevolissime doti di resistenza, ostinazione e pazienza.
È un animale prezioso in montagna, nei lunghi percorsi, in località alpestri inaccessibili. Insomma, esso può essere considerato il fuoristrada dei quadrupedi.
Dalle nostre parti, essi venivano riprodotti in una piccola stazione di monta equina, funzionante fino alla fine degli anni Settanta. Era gestita da un simpatico signore di Ortezzano che si chiamava Ricci ed era situata in prossimità delle attuali case popolari del capoluogo. Mi sembrava un viaggio mitico ed avventuroso, quando la raggiungevamo dal mio paese attraverso il vecchio sentiero selciato che, con una passerella attraversava il fiume Tronto, proprio dove una volta c'era l’antico "Ponte di Verio".
Fino ad allora erano stati mantenuti attivi i sentieri adatti alla circolazione di questi animali da soma ed ogni giorno si potevano incontrare i muli che portavano i loro carichi. Gli ultimi mulattieri erano anche "Missionari nella Natura", infatti vivevano una spiritualità con essa nella realtà di tutti i giorni sopravvivendo con un lavoro veramente poco redditizio, un lavoro di "resistenza", antichissimo, abbinato spesso al taglio del bosco per fare legna, da loro definito " ricaccio con i muli ". Partivano spesso all'alba, appena sistemati i basti, per evitare le ore calde. Parlavano con le bestie con un: "lè" o "Aah"; "arri qua" o un’ ”arri là"; oppure un: "mo te lo daje!" . Spesso erano inflessibili: "fai lo spiritoso? Beccati stò cazzotto!" Anche se il più delle volte erano affettuosi con essi, e gli davano anche nomi di persone: "Giggetto, Rosetta, Livio, Carlina", trattandoli come un familiare perché dalla loro forza e dalla loro fatica dipendeva il lavoro di tutti i giorni.
I mulattieri erano di solito uomini duri, dal fisico asciutto e dalle mani dure, lo sguardo melanconico e di poche parole ma coccolavano le loro bestie, le pulivano quasi giornalmente con striglia e brusca e durante i lunghi percorsi li accompagnavano con canti tradizionali, oggi scomparsi, inghiottiti dal tempo. Mi ricordo che erano bellissimi, nostalgici e struggenti, pieni d'amore per la nostra terra.
Le calzature dei muli erano i "ferri di cavallo" ed i migliori mulattieri erano anche un po’ maniscalchi e sapevano effettuare la "ferratura": toglievano con le tenaglie il ferro vecchio, spianavano lo zoccolo con l’ ”incastro", tagliavano le unghie eccedenti e le grattavano con la raspa. Quindi applicavano il ferro nuovo inchiodandolo allo zoccolo con precauzione, per poi tagliare con le tenaglie la parte eccedente del chiodo ribattendola lateralmente. Il mulo poteva trasportare oltre 100 kg di peso attraverso il bilanciamento della soma sul basto. Esso era una sella rozza e larga di legno dotata di un ' imbottitura, composto da un’armatura portante costituita da due arcioni dove erano ricavati dei fori per l’ancoraggio di corde e catene, necessarie per ancorare la soma. Era corredato da una cinghia e degli straccali per renderlo solidale alla bestia. Nel mio paese c’era un signore che li costruiva, si chiamava Flaviano, detto "lù 'mmastare". Per costruirne uno ci volevano giorni di lavoro, legno di faggio, tela, liuta, paglia, pellame e pelo di animale e molti attrezzi, quali: l'ascia, la raspa, la pialla, lo spago, il martello, la trivella. Per caricare la soma su di essi era necessario aiutarsi con una speciale forca di legno detta " caricatora ", lunga un paio di metri che nella parte finale aveva un appiglio tagliato. La base della "caricatora" si puntava nel terreno, in posizione leggermente inclinata e l'appiglio si andava ad agganciare ad una corda legata nella parte inferiore del basto. A questo punto si legava la "mezza soma" con due "jeqquere" alle ciammelle. In maniera analoga si procedeva al carico dell'altra "mezza soma". Al termine si svincolavano le "caricatore" e si facevano fare alcuni passi al mulo per riequilibrare la soma. L'esperienza insegnava che la soma si aggiusta strada facendo ed i vecchi mulattieri erano bravissimi a bilanciare la soma sul basto usando anche schiazze d'arenaria come contrappeso. Per scaricare all'opposto si slegavano prima gli "jeqquer" e infine la corda detta "susta" che faceva venire giù il carico. I muli trasportavano la legna e le fascine, le reti del fieno, le bigonce della vendemmia, i sacchi di carbone. Erano usati anche dai montanari impegnati nella cura e nella raccolta dei castagneti. Essi ripulivano le piante malate dai rami secchi, il terreno da felci, sterpi e erba alta che accuratamente rastrellati venivano bruciati o ammucchiati ai bordi dei pendii. Ad inizio ottobre, una volta maturati i ricci, battevano i rami con una pertica per farli cadere a terra, raccoglierli in ceste e ammucchiarli formando le "ricciere” cumuli di ricci coperti da terriccio e foglie.
Quando si avvicinava il "mercato di San Martino" esse venivano scoperte e si battevano i ricci essiccati con i rastrelli per far uscire le castagne. Chini a terra velocemente si riempivano i sacchi, facendo attenzione alle infide spine che si infilavano dolorosamente tra le unghie. I sacchi venivano caricati sui muli che sfilavano sui sentieri verso il paese. I nostri antichi e stretti sentieri sono stati attraversati per secoli dagli zoccoli ferrati dei muli che ne hanno marcato i solchi. Salire, scendere, risalire e riscendere ancora, all'infinito. Sulle piene, sulla terra, sui declivi erbosi, sui ciottoli, nel fango.
Mulo e mulattiere, un binomio antico, segnato dalla fatica, dal silenzio rotto solo dal rumore degli zoccoli e delle imprecazioni del conducente. Un mestiere scomodo ma affascinante che andrebbe riscoperto e rivalutato perché naturale e non inquinante.
Vittorio Camacci
L'Arte del muro a secco arquatano - di Vittorio Camacci
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Grazie all'utilizzo di pratiche tradizionali, tramandate di generazione in generazione, i nostri sentieri presentano caratteristiche uniche e peculiari rispetto ad altre zone del Centro-Italia. E' determinante, quindi, al fine di tutelare e conservare il nostro grande patrimonio storico, culturale e naturale, mantenere vive le antiche tecniche costruttive, al fine di salvaguardare il nostro paesaggio e le ricchezze naturali che lo rendono unico al mondo. Sono tante le tecniche costruttive del passato, purtroppo oggi poco diffuse, ma facili da ritrovare in giro per le nostre montagne, come la tradizione dei muretti a secco (di confine, divisori, di sostegno, per la costruzione di casette di riparo). Una tecnica rintracciabile in quasi tutte le tradizioni culturali del passato e che può essere considerata quale primo tentativo di modificare l'ambiente. Tutte le grandi culture facevano ricorso ai muri a secco: i greci, i romani, le popolazioni del bacino mediterraneo, del continente europeo, dell'America Latina, della Cina. Nella nostra terra, i muri a secco in particolare, sono un elemento caratterizzante del paesaggio da centinaia e centinaia di anni. Hanno una grande valenza storica, sia quando sono utilizzati come linee di confine, come delimitazione di antichi sentieri, come supporto di terrapieni o come costruzione di casette di riparo con i tetti di schiazze d'arenaria. Sono un elemento antropico, in sintonia con il nostro paesaggio. Per realizzare questi muretti occorreva molto tempo e bisognava rispettare tecniche basilari per la loro costruzione.
La regola fondamentale era quella di disporre le pietre una sull'altra, assicurandone la necessaria stabilità, senza ricorrere a leganti (malta o cemento). In pratica si iniziava a scavare una trincea di fondazione, pari alla lunghezza del muro che si voleva realizzare, in modo da creare una base che doveva essere realizzata rigorosamente sempre a secco, con le stesse pietre. L'attrezzo usato per costruire questi muri era la mazzetta (avente una punta a piccone ed i lati retrostanti squadrati e non stondati) con la quale si regolarizzavano le pietre "squadrandole". In basso si usavano le pietre di maggiori dimensioni, mentre quelle piccole ed i ritagli venivano usati per riempire gli interstizi. Comunque, non esistevano regole standardizzate per la loro realizzazione, ogni muretto, essendo un elemento che conviveva con il paesaggio circostante, andava adattato alla zona interessata, ed il fattore che ne determinava le caratteristiche quali esposizione, struttura, composizione era la mano del suo realizzatore ed il tipo di pietra che esso utilizzava: arenaria, calcaree o ciottolo di fiume. Comunque i muretti a secco, di tutte le tipologie, erano suddivisibili in quattro zone: piede di fondazione o "base", livello medio, porzione rastremata superiore e coronamento "cima". Ci sono anche dei fattori che determinano l'importanza ecologica e la biodiversità dei muretti a secco, che son: la struttura, l'inclinazione, l'esposizione, la decomposizione, la velocità di colonizzazione, sui quali influiscono soprattutto: clima, apporto idrico, calore, luce, sostanze inquinanti e soprattutto animali selvatici, in particolar modo cinghiali. La loro totale o parziale perdita provoca la riduzione del valore paesaggistico ed è responsabile di pericolosi fenomeni di smottamento del territorio e di riduzione di fertilità del suolo. Infatti, essi danno stabilità ai terreni, tutelando il suolo, elemento prezioso del paesaggio rurale che offre ambiente favorevole alla vita animale e vegetale. I muri a secco sono un tesoro arquatano da conservare, tramandare e tutelare ed è fondamentale apprezzarne il valore per imparare a riconoscerli, a salvaguardarli ed a replicarli nel rispetto della tradizione e dell'ambiente.
Vittorio Camacci
Speranza, Fede e Carità - di Vittorio Camacci
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Per non vedere e sentire
Bisognerebbe tapparsi occhi e orecchie
Quando vedi il tuo paese distrutto
E ancora continui a sostenere i responsabili
O sei complice o sei stupido
Disse la verità alla falsità:
"Io sono il sole e tu sei il fulmine.
Io illumino, tu abbagli.
Io sono il giorno, tu sei l'attimo.
Per quanto tu possa anticiparmi,
Io ti raggiungerò sempre."
La nostra terra grida desolazione
La nostra gente vuole una disperata vendetta
Quando l'ingiustizia diventa legge
La resistenza diventa dovere
Invece io credo nella speranza
Essere piumato che si posa nell'anima
Che canta melodie senza parole
E che non finisce mai
Credo nella mano di Dio
I nostri giovani hanno visto tutto
Devono credere che domani sarà meglio
Conosceranno la verità ed essa li farà liberi
Questo è lo stupore della montagna
La grande meraviglia della nostra Grazia
Io stesso ne sono stupito
Essa ha una forza incredibile
Sgorga da una fonte
E diventa un fiume inesauribile
Che porta a spasso le nuvole ed il cielo.
Si può ancora credere nella possibilità di una nuova Arquata, una terra devastata alla ricerca di una possibilità di giustizia e fraternità? Si può davvero sperare in una trasformazione della nostra società, dove a dominare non sia la legge del più forte o l'arroganza del Dio denaro, ma il rispetto della persona e la logica del mutuo soccorso?
Per prima cosa bisogna di nuovo considerare il valore di ogni singola persona, bisogna essere sensibili verso i deboli, trattare con rispetto gli anziani, essere resilienti per non abbandonare la terra e la memoria storica. Solo così nascerà una nuova Arquata, prendendo forma, pian piano, dentro le macerie di un paese vecchio e in disfacimento. Come attuare tutto questo? Lasciamo la superficie per andare più in profondità; come calarsi nel cuore di una fontana per scoprire l'origine di quella forza misteriosa che spinge gli zampilli tutt' intorno, modificando paesaggio e territorio circostanti. Ci sono due parole che racchiudono tutto questo, parole cristiane che nel nostro tempo spesso svaporano, smarriscono il loro significato: amore e carità. Da esse nasce tutto il fiume di opere di carità piccole e grandi, una corrente di solidarietà che da più di tremila anni ha attraversato la nostra storia, fino a quel maledetto terremoto, era questa la nostra migliore sorgente, più grande e illimitata di quella dell'acquedotto di Capodacqua e del Pescara. Fin dagli inizi della nostra storia c'è stato sempre un mutuo soccorso, un'attenzione particolare verso le persone bisognose, fragili: le vedove, i poveri, i malati, gli emarginati. C' era compassione, condivisione del patimento, denuncia delle ingiustizie e impegno nel contrastarle, per quanto possibile, anche con il brigantaggio, anche con il contrabbando, anche con la ribellione.
I nostri avi hanno sofferto la fame, la carenza di beni primari, ed hanno reagito aiutandosi a vicenda. Le confraternite, ad esempio, mettevano a disposizione i beni di chi aveva un surplus e donava per poi distribuirli con discrezione e dignità a coloro che erano in difficoltà. La vera giustizia prova pietà, si impegna a fianco degli ultimi: gli anziani soli, i disoccupati, i bambini, i disabili. Infine c'è un'altra verità, che è emersa dopo la terribile catastrofe che ci ha colpito: tutti abbiamo bisogno di cura, tutti abbiamo bisogno di essere salvati, anche coloro che hanno preso la strada del profitto e del saccheggio, che fanno dell'arroganza e della prepotenza il loro stile. Essi non si curano di essere riconosciuti perché del giudizio altrui non tengono alcun conto. Non serve più combatterli, per fortuna Nostro Signore non gli concede tanti appigli: semplicemente li abbandona al loro destino ed alla loro solitudine. Di solito non hanno amici. C'è una grande cambiamento in atto, che sigla il vero ed il giusto, un grande tsunami salvifico, un impulso profondo, eterno che fa vedere chiaramente le cose. Questo è il momento degli ultimi, degli esiliati, dei vessati, di coloro che hanno sempre perseguito la verità. Crolla il castello di carta degli impostori, ipocriti, egoisti che vogliono prendersi tutto ma alla fine arrivano a detestare se stessi ed il prossimo. Vedranno il loro inconscio e si ammaleranno. Finalmente verranno sciolte le catene dell'impostura e la verità ci renderà liberi.
Bevete dove beve il cavallo
Lui non berrà mai acqua cattiva
Metti il letto dove dorme il gatto
Mangia il frutto che ha toccato il verme
Prendi il fungo dove siede l’insetto
Pianta il tuo albero dove scava la talpa
Costruisci la casa dove si scalda la serpe
Scava la fonte dove gli uccelli si nascondono al caldo
Mangia verdure, avrai gambe forti
Ed un cuore più resistente come gli esseri della foresta
Nuota spesso e ti sentirai sulla terra come i pesci nell' acqua
Guarda il cielo più che puoi
Ed i tuoi pensieri diventeranno leggeri e liberi
Taci di più e parla di meno
Se nella tua anima regnerà il silenzio
Sarai pacifico e tranquillo.
Vittorio Camacci
Nostalgico Natale - di Vittorio Camacci
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Ormai da diversi anni si è consolidata l’usanza di accendere le luminarie quasi un mese prima delle feste natalizie. Per prima cominciano i centri commerciali, non disinteressatamente, montando giganteschi alberi di Natale illuminati da migliaia di luci colorate, poi è la volta delle amministrazioni comunali che pensano ad addobbare strade e piazze, infine la gente comune che si sbizzarrisce in mille modi, negli ultimi tempi vediamo anche panciuti Babbi Natale, a grandezza naturale, nell' atto di arrampicarsi su per le grondaie o scavalcare finestre e balconi. Tutto questo è bello e fenomenale ma cosa a che vedere con le nostre tradizioni? Babbo Natale o Santa Claus insieme all' Albero, non a caso un abete, sono tipici della tradizione culturale del nord-europa, e da qui furono esportati negli Stati Uniti, dove subirono modifiche. Ad esempio, il vescovo San Nicola che diventa Santa Claus, prima vestito di verde poi di rosso per una pubblicità di una notissima bibita multinazionale.
Tutta questa modernità, che segue le tradizioni popolari di altri paesi, non è completamente negativa ma minaccia di cancellare o sostituire la nostra tradizione autoctona e millenaria in nome del consumismo, il più pericoloso demone insidiato nel progresso. Non dimentichiamo che la nostra tradizione è il presepe che, nel nome derivante dal latino significa greppia, mangiatoia. Questa usanza ha origini antiche e risale ai riti pagani degli antichi romani. Infatti, nella Roma precristiana era molto sentito il culto dei morti, i lari, ossia i componenti dello stesso nucleo familiare che una volta passati a miglior vita venivano riprodotti in statuette di argilla o cera, chiamate "sigillum" e posizionati in piccole nicchie con il compito di proteggere i vivi della famiglia. Ogni anno in occasione del solstizio d'inverno (21 dicembre), avveniva una festa per ricordarli chiamata "Sigillaria" in cui i bambini avevano il compito di pulire e lucidare queste statuette per poi posizionarle in un paesaggio di loro fantasia, il mattino ricevevano così in premio giochi e dolciumi che i genitori facevano credere fossero portati dai cari defunti. Dopo il IV secolo i cristiani fecero loro questa tradizione mantenendo data e riti, cambiandone solo il significato religioso perché la popolazione era ancora carismaticamente legata a questa data. Nel XIII secolo, San Francesco, una notte fredda del 1223, ideò a Greccio in provincia di Rieti il presepe vivente oggi particolarmente diffuso in tante località caratteristiche.
L'intuizione del mirabile Santo di Assisi, che negli anni precedenti aveva cercato di compiere il suo destino in Palestina, fu quella che non era essenziale andare a morire doveva Gesù era nato ma far rinascere il Salvatore là dove noi viviamo. Così creò a tutti gli effetti una scena teatrale per far rivivere quello che viene raccontato in parte nel vangelo di Luca, in parte in quello di Marco ed anche nel vangelo apocrifo armeno dell'infanzia, vale a dire la scena della natività. Infatti presepio significa proprio questo "presepes" cioè stare davanti ad una mangiatoia, come si narra nel vangelo di Luca, poiché non vi era posto altrove Maria fa nascere il Figlio di Dio nella mangiatoia, incarnando l'infinito in un luogo semplice ed umile. Comunque, fu il Concilio di Trento nel XVI secolo ad incentivare ufficialmente la pratica del presepe ed essa così si tramandò nel tempo fino ad arrivare ai nostri giorni. Il Natale della mia infanzia era molto diverso da quello attuale, complice soprattutto la semplice povertà in cui il mio paese viveva allora. Il nostro parroco ci istruiva sull'imminente nascita del Re dei Re, che sarebbe avvenuta in una grotta per portare la pace nel mondo. Così non ci faceva litigare durante i giochi all'aperto, non ci faceva fare i dispetti alle "femmine" e soprattutto, e questa era la cosa più difficile, ci frenava dal far sparare troppi "raudi" o "castagnol" in ogni dove. Allora, per ripiego, ci dedicavamo ad una cosa ben più importante, andavamo nei boschi di castagno a cercare muschio e scorze di legno per fare il presepe della chiesa e quello delle nostre case, sempre presente sopra i coperchi delle vecchie cassapanche. Battevamo palmo a palmo i grossi massi d'arenaria delle "Pianelle" e delle "Martitanze", nelle zone più ombrose, per cercare quello più soffice ed alto, che si sarebbe mantenuto verde più a lungo. Per fare il fiume usavamo la carta stagnola (di alluminio) che di solito ricavavamo dai vecchi incarti di dolciumi. Con i sacchetti vuoti, color marroncino, della spesa, opportunamente spiegazzati con le mani, si modellavano le rocce che un poco di farina bianca trasformava in cime innevate, popolate di branchi di pecore di gesso. Le stradine venivano fatte con la sabbia ed il brecciolino che rubavamo dai mucchi lasciati dagli spazzini comunali ai bordi delle salite del paese (veniva usato a badilate per rendere il manto stradale meno scivoloso in caso di neve e ghiaccio). La grotta era ricavata con le vecchie scorze degli alberi, la stella cometa si faceva con il cartone colorato d'oro. Le statuine più antiche erano fatte di gesso colorato, qualcuno aveva anche preziosi pezzi in terracotta, tenuti con la massima attenzione da decenni, poi arrivarono i "pezzi" in plastica dura che si acquistavano in negozio al prezzo di tanti piccoli, faticosi risparmi. I più costosi erano i Re Magi che i più poveri allineavano appiedati mentre i più ricchi fornivano di cavalli e cammello.
La notte della Vigilia si passava in casa, si mangiava un menù tradizionale: "frittiglie" farciti di broccoli e baccalà, zuppa di lenticchie con un filo d'olio, tortellini in brodo, pesce, frutta secca, arance e panettone. Dopo la cena si giocava a tombola mentre i più grandi bevevano punch al mandarino fatto scaldare a bagnomaria sopra una teglia posta sulla stufa economica. A mezzanotte si andava a messa ed appena tornati a casa facevamo a gara per posizionare il Bambinello nella mangiatoia. Nei giorni successivi aspettavamo spasmodicamente l'arrivo dell'Anno Nuovo e soprattutto quello della Befana. Ricordo con struggente nostalgia che contavo impaziente i giorni che mancavano alla notte del sei gennaio, sapevo benissimo che non ero uno "stinco di santo" e che per questo la "Vecchia" non sarebbe stata generosa nei miei confronti. Mettevo comunque una calza di lana appesa al camino ed il mattino ci trovavo inevitabilmente qualche mandarino, delle caramelle, torroni duri come pietre, cioccolata e carbone vero per le mie mascalzonate. Erano anni difficili, gli anni dell’”austerity", niente consumismo, niente usa e getta, niente ipermercati, niente business, insomma niente di niente ma tanta umiltà e forse umanità, valori persi per sempre. Io rimpiango quel Natale, la festa più importante della cristianità, vissuta tradizionalmente nell'amicizia e nella semplicità, sentimenti che purtroppo oggi abbiamo perso nella frenesia dei falsi miti da raggiungere.
Vittorio Camacci