La rete e la sirena - di Vittorio Camacci
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Il cielo si era fatto lattiginoso quel giorno, quando Eric lasciò la valle stretta per tornare a salire. Le pietre lungo la strada sembravano osservarlo, mute testimoni di un tempo che non si decideva a passare. Ogni passo portava il peso di chilometri e di silenzi, eppure l’andatura era quella di chi cerca, non solo di chi cammina.
La mappa tracciata nel cuore lo portava verso una piccola cappella incastrata in un tornante, quasi timida nella sua posizione. Non era segnalata, non appariva sulle guide. Ma lì, in quel punto sperduto dell’Appennino centrale, qualcosa vibrava.
Sulla facciata, un timpano scolpito lo fece fermare. Il Cristo era rappresentato con un gesto inconsueto: non benediva, non soffriva, ma sollevava una rete piena di pesci. In quella rete, Eric scorse qualcosa che solo chi ha camminato abbastanza lungo la linea può riconoscere: la forma bifida, la doppia coda della sirena, simbolo antichissimo di unione tra mondi.
Il segno non era nuovo per Eric, lo aveva visto inciso con decisione sull' Abbazia di San Pietro di Moissac lungo la via Podiensis nell' Occitania. In alto, tra le colonne istoriate, una sirena doppia apriva le sue code come in un libro, una soglia tra mondi. Vicino sotto una croce patente, un Cavaliere Templare con il capo rivolto verso est, come se ascoltasse ancora il richiamo di qualcosa che si muove lungo le linee invisibili della terra
Si avvicinò e si inginocchiò, come si fa davanti a un mistero. Tolse lo zaino, estrasse la sua antenna, strumento da rabdomante moderno, da cercatore di vene invisibili. Il segnale era chiaro: due correnti si incrociavano lì, una proveniva da sud-est, l’altra da nord-ovest. Il corpo del drago vibrava sotto i suoi piedi.
Fu allora che comparve un gruppo di persone, guidate da un uomo che parlava con la voce pacata di chi conosce il peso delle storie. Si fermarono accanto a lui. L’uomo lo guardò e sorrise.
“Tu sei Eric,” disse. “Tu cammini sulla Spada di San Michele. E questa è Trisungo, uno dei suoi nodi.”
Eric lo guardò, stupito. Non era la prima volta che un incontro casuale rivelava una conoscenza condivisa, ma mai così netta, così precisa.
“Sono Vittorio,” disse l’uomo. “Ho scritto della linea. So che passa di qui. E so anche che chi la percorre… non è mai solo.”
Qualcuno del gruppo notò la strana antenna. Eric la mostrò, ne spiegò l’uso. Si fece silenzio. Poi sorrisi, scambi, domande. Una comunità improvvisa, nata tra le rovine e le forze sottili.
Parlarono della rete e dei 153 pesci. Vittorio spiegò: “È un numero pieno. Non casuale. È il simbolo della totalità degli esseri. Alcuni dicono che rappresenti le nazioni del mondo, altri parlano di anime pronte alla rinascita. Ma per noi, qui, in mezzo alle pietre cadute, significa una cosa sola: che nulla va perduto se è preso nella rete giusta.”
Eric annuì. Non serviva dire di più. Lì, tra un Cristo pescatore e una sirena bifida, avevano trovato un segno. Un allineamento. Una piccola verità.
Quando si separarono, il gruppo proseguì verso la chiesa distrutta. Eric restò ancora un momento. Sentì il vento sollevarsi, portare con sé un suono sottile. Forse una sirena cantava, forse era solo la valle che si stringeva nel suo respiro.
Riprese il cammino. Ma ora, sulla schiena del drago, non era più solo un pellegrino. Era guardiano di un frammento, uno dei 153, alle sue spalle il vento fece vibrare le erbacce. In quel momento, Vittorio e la sua terra non erano più abbandonati, erano un punto vivo sulla "schiena del drago" , un lembo di mappa tra la terra ed il cielo
Vittorio Camacci
Il mulino, la salita e le virtù - di Vittorio Camacci
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In una bella e luminosa mattina di maggio, il profumo dell’erba fresca si è mescolato all’eco lontana dell’acqua che scorreva. Il vecchio mulino Guerrieri, a Villa Tordinia, è stato il punto di partenza della camminata organizzata dal Festival culturale dei borghi rurali della Laga. Sotto le fronde ancora giovani dei pioppi, decine di partecipanti si sono radunati, ognuno con la sua storia, i suoi passi, il suo zaino. Un caffè caldo, un dolce squisito ed un cappello contadino di paglia regali graditi.
Il mulino, ormai trasformato in civile abitazione, conserva però l’anima delle pietre antiche e della farina macinata ad acqua. Qualcuno racconta che nei giorni di vento si sente ancora il cigolio della ruota, altri giurano di aver visto le ombre dei mugnai al tramonto. Ma non c’era tempo per le leggende: una lunga salita ci attendeva.
Il sentiero che portava a Rocciano era una lama di terra stretta, ripida, che si inarcava tra ginestre in fiore e ulivi secolari. Ogni tornante rivelava un tratto di valle sempre più ampio, come un sipario che si apre piano. Il fiato si faceva corto, i passi lenti, ma la bellezza della Laga e del maestoso Gran Sasso, in lontananza, erano un balsamo silenzioso che curava la stanchezza.
Quando infine è comparso Rocciano, sembrava un presepe vivo aggrappato alla montagna. Le case antiche, il palazzo signorile degli Spinozzi, la chiesetta inagibile di Santa Lucia con il campanile a vela, le donne affacciate alle finestre. Ma la vera sorpresa è stata l’accoglienza: il paese intero ci aspettava, sorridente, generoso, con una colazione degna dei pellegrini. Crostate fatte in casa, dolci locali, biscotti e bibite. Ogni morso era una stretta di mano, ogni sorso un abbraccio.
Dopo il ristoro, il cammino è ripreso verso la masseria Scipioni, poco oltre il borgo. Lì ci attendeva il piatto simbolo di maggio: le virtù. Una sinfonia di sapori e pazienza, un piatto che non si improvvisa, ma che si costruisce con giorni di preparazione. Legumi secchi e freschi, verdure dell’orto, pasta fatta in casa, qualche tocco segreto di erbe che ogni famiglia si tramanda. Mentre mangiavamo all’ombra del portico, si parlava piano, come si fa quando si è sazi nel corpo e nell’anima.
Ma la giornata non era ancora finita. Tra i partecipanti si è fatta largo una voce: “C’è Roppoppò!”. Un uomo con l'organetto in spalla e un sorriso storto: Franco Palumbo, in arte Roppoppò, ha preso fiato e cominciato a cantare. Prima a cappella la canzone delle Virtù, un trattato di gastronomia in versi. Tutto ciò non è bastato agli astanti. Istigato dai numerosi fans, successivamente, ha eseguito un valzer, dei canti popolari, infine la sua vecchia canzone che ha acceso i piedi e i cuori. Nessuno se lo aspettava e forse proprio per questo è stato indimenticabile. Si è ballato, si è riso, qualcuno si è commosso. Siamo scesi a ritroso incontrando un enorme suv coperto dai rovi e dalle canne, mi hanno detto che è rimasto immemore in quella posizione, come ricordo furtivo di una lite d'amore.
Sul finire del giorno, guardando dall’alto la valle del Tordino, un signore di Pescara ha detto:
“Questa non è solo una camminata. È una memoria che cammina.”
Forse aveva ragione o forse aveva bevuto troppo vino.
Vittorio Camacci
GO – Urbexare nel Piceno
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Un nuovo progetto di dell’associazione giovanile Delta – Odv.
Prenderà il via domenica 11 maggio “Go – Urbexare nel Piceno”, un nuovo progetto dell’associazione giovanile Delta – Odv.
“Urbexare – dicono i dirigenti di Delta – Odv - significa amare profondamente il patrimonio artistico e socio-culturale che ci circonda, riscoprendo luoghi sottovalutati e spesso trascurati. Il significato della parola “urbex” è "esplorazione urbana"; si tratta di andare alla scoperta di strutture e rovine abbandonate, o anche sistemi urbani di drenaggio delle acque, di tunnel di servizio e di passaggi sotterranei ma anche di paesi ormai disabitati ma interessanti sotto tutti i punti di vista, soprattutto per la storia che li contraddistingue”.
Proprio per questo il primo appuntamento si svolgerà domenica 11 maggio in uno dei comuni più colpiti del cratere del sisma 2016/2017 ossia Arquata del Tronto.
L’appuntamento è fissato per le ore 9 nella frazione di Vezzano, da lì sarà attraversato un sentiero di tipo turistico (andata e ritorno) di circa 5 chilometri con un tempo di percorrenza di 3 ore e dislivello di 100 metri. Sono consigliate scarpe da trekking.
La partecipazione all’iniziativa è gratuita grazie al contributo messo a disposizione dalla Fondazione Cassa Di Risparmio di Ascoli Piceno.
Le prenotazioni dovranno pervenire entro l’8 maggio tramite messaggio al numero 3939365509 indicando nome e cognome di chi partecipa e la data della manifestazione.
“L’esplorazione – concludono i dirigenti di Delta – Odv - è un fenomeno rilevante nel nostro Paese, che è disseminato di meraviglie artistiche e architettoniche. Purtroppo alcune di esse vengono abbandonate all’incuria e alla trascuratezza. Tra le mete coinvolte nell’esplorazione urbana ci sono palazzi nobiliari, conventi cinquecenteschi, chiese abbandonate e residenze di campagna magari completamente affrescate e decorate. Si tratta spesso di gioielli del nostro patrimonio culturale dimenticati nel cassetto, che meritano di essere riscoperti, poiché sono depositari di storia, di cultura e di memoria. Sono luoghi che riescono ancora a emozionare e a suscitare meraviglia e che possono rinascere grazie anche alla fotografia o alle riprese. Vogliamo sensibilizzare in particolare la popolazione giovanile alla valorizzazione e alla trasmissione del patrimonio storico, artistico e culturale e promuovere il turismo responsabile e sostenibile. Fornire alla popolazione giovanile opportunità di impiegare produttivamente il tempo libero attraverso la proposta di pratiche ludico
Tornare a scrivere - di Vittorio Camacci
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C’è chi torna ogni anno nel proprio paese d’origine, tra le case abbandonate e le crepe del tempo, per compiere un gesto che va oltre la nostalgia: è un rito di appartenenza, una promessa mantenuta, una forma di resistenza. Camminare per quei vicoli vuoti, toccare le pietre della casa dove si è cresciuti, sentire sotto le suole l’erba che riprende spazio tra le fenditure dell’asfalto: tutto questo non è solo memoria, è presenza viva.
Si torna per piantare ancora un seme, anche se il terreno sembra ostile. Si torna per salutare i morti, per ascoltare il silenzio, per annusare l’aria che profuma di ginestre, fieno e camini accesi. Ogni gesto: un fiore sul davanzale, una zappa nella terra, una foto scattata all’alba; diventa un atto d’amore verso qualcosa che nessun terremoto, nessuna distanza o abbandono può davvero cancellare.
C’è chi porta con sé i figli, per mostrare loro da dove vengono. Chi resta zitto davanti a un rudere e dentro ci vede ancora le voci, le risate, il suono delle stoviglie la domenica. Chi, anche da lontano, continua a sentirsi parte di quel luogo e ne custodisce la lingua, le storie, i nomi dei venti. Chi, pur vivendo altrove, in silenzio rifà ogni anno la strada verso casa con lo stesso rispetto di chi compie un pellegrinaggio.
La montagna non giudica chi parte e non loda chi resta: è lì, immobile, a ricordare che il tempo è fatto anche di ritorni. Forse è proprio questo, oggi, il modo più autentico per dire che quei paesi non sono solo “zone rosse” o “aree interne”, ma cuori pulsanti che ancora chiedono ascolto. Restare legati ai luoghi in cui si è nati non è un’ossessione: è un modo per non dimenticare chi siamo, anche quando il mondo intorno cambia.
Mentre qualcuno chiede: “Ma perché ci torni ancora?”, la risposta sta nel gesto stesso del tornare. Perché lì, in quel silenzio, c’è una parte della propria anima che aspetta ogni anno di essere riconosciuta.
Io,invece, sono rimasto, quando in tanti se ne sono andati, o almeno ci hanno provato. C'è chi ha trovato un lavoro a cento chilometri, chi una nuova casa, chi una scusa. Io no. Io sono rimasto nel cratere. Non lo dico per eroismo, non sono uno di quelli che vanno in tv a spiegare che "la terra trema ma il cuore no". Il cuore trema eccome, ogni giorno, ma non è questo il punto. Vivo qui perché questo è il mio posto. Se qualcuno mi chiede: "ma non ti pesa?", la risposta è sempre la stessa: "pesa! Ma pesa anche il vuoto che ti lasci dietro, quando scappi."
Scrivo storie.
Non romanzi di successo, non thriller ambientati a New York. Scrivo storie che nascono qui, tra le montagne spaccate e le SAE di plastica e lamiera. Storie di pastori, briganti, vecchie che parlano con i morti e ragazze che sognano la costa ma poi tornano con le mani sporche di lavoro.
Lo faccio gratis.
Lo dico subito così non mi fate la domanda peggiore: "ma ci campi?" No. Non ci campo, né mi interessa farlo. So perfettamente che i libri, oggi, non si vendono se parlano di verità, di silenzi, di borghi sventrati che non fanno notizia. Non sono stupido. Non scrivo per guadagnare, scrivo per non scomparire. Per difendermi e per difendere ciò che amo.
Scrivo perché queste storie non le racconterà nessun altro. Perché i morti del terremoto non parlano più, ma qualcuno deve ricordare che c'erano e che noi, quelli che siamo rimasti integri, siamo ancora qui, malgrado tutto. Più vecchi, più stanchi, ma vivi.
E poi scrivo per me.
Perché in un posto dove adesso regnano grandi interessi economici, dove c'è un grande rumore mediatico intorno a faraonici progetti, dove si muovono tra polvere e detriti mastodontiche macchine edili, le giornate si somigliano tutte, fra i cantieri la sera c'è silenzio, un silenzio talmente spesso che se lo tagli ti restano i polmoni vuoti. Ecco la verità, in queste sere scrivere è l'unico modo che ho per respirare.
Vittorio Camacci