La giornata di ieri, domenica 16 novembre, ha chiuso uno dei capitoli più sentiti dell’edizione autunnale del Festival culturale dei Borghi Rurali della Laga, lasciando dietro di sé il profumo delle foglie umide e un tepore inaspettato. Una giornata leggermente velata, con nuvole alte e gentili, ma una temperatura quasi primaverile, fuori stagione, che ha accompagnato gli oltre cento partecipanti lungo i crinali di Settecerri, la frazione nascosta tra i boschi della Valle di San Vito.
Il borgo, antico avamposto medievale sorto tra i cerreti da cui prende il nome, sembrava ieri sospeso in una quiete d’altri tempi. Il piccolo pianoro che precede le case, lambito da una strada cementata che sale tra rupi e querce, si è riempito del vociare dei camminatori, arrivati per l’escursione conclusiva del festival: una passeggiata corroborante fino allo stazzo della Cordella, luogo iconico della pastorizia d’altura.
Ad attendere il gruppo, appoggiato al suo bastone di legno scurito dall’uso, c’era Gino, uno degli ultimi pastori della zona, memoria vivente della transumanza e delle stagioni trascorse sulle montagne.
Sotto il cielo lattiginoso raccontava, con la voce ruvida e mite, la durezza della vita “de na vote”, quando l’erba si seguiva come una promessa e i mesi si misuravano in partenze e ritorni. Tra le storie, però, una ha strappato sorrisi e incredulità.
Era la vicenda di suo padre Donato, conosciuto da tutti come “U' Bove”. Durante la guerra, dice Gino, un proiettile lo trapassò da parte a parte. Moribondo, fu portato in un ospedale da campo dove, per mancanza di sangue umano, un medico ebbe la folle idea di tentare una trasfusione con il sangue di un toro. «Nisciù si spieghe cum’ ha fatt’ a campà», ha detto Gino. Invece sopravvisse, e secondo i racconti “acquistò la forza di un bue”, vivendo fino a novantacinque anni.
Una di quelle storie che tra i monti si tramandano con un mezzo sorriso, un mezzo dubbio e un affetto pieno.
Sono le leggende della Laga che ritornano
Ascoltando Gino, mi è tornato alla mente un episodio del sabato precedente, quando alla festa di San Martino di Colle Falciano, un grande narratore locale, Nino, aveva ricordato un’altra delle incredibili storie della Laga: quella della pecora in callara durante la festa di Agore.
Si racconta che, mentre il caldaio ribolliva sulla fiamma viva, all’improvviso la pecora, già destinata alla cottura rituale, abbia rialzato la testa dal brodo. Una frazione di secondo, un gesto impossibile. Il proprietario, spaventato a morte e convinto che l’animale volesse “scappà ’nnanzi all’ovile”, afferrò un grosso bastone e glielo assestò sulla testa.
Una storia che si muove sul confine sottile tra superstizione, suggestione e memoria orale, ma che a tavola aveva scatenato risate e stupore.
Come se i monti volessero ricordare che non c’è leggenda senza un’ombra, è riemersa anche la vicenda malinconica dell’eremita di Vallefusella. Un uomo che aveva scelto la solitudine dei boschi, vivendo in un rifugio improvvisato, cibandosi di patate, castagne e cacciagione. Ogni tanto scendeva in paese, scambiava due parole per non perdere il suono della voce e quando era tardi risaliva il sentiero nel buio, sparando qualche colpo di fucile per tenere lontane le fiere.
Una notte d’autunno, però, al suono di un fruscio tra le foglie, scambiò per un animale feroce ciò che era il suo unico compagno, il cane che lo aveva seguito per anni. Una storia di solitudini grandi come i silenzi della Laga.
Il festival lascia sempre un segno.
Tra i ruderi restaurati di Settecerri, tra le pietre incise del Settecento e i tetti che profumano ancora di legna, la giornata si è conclusa con una sensazione condivisa: quella di aver attraversato non solo sentieri, ma memorie, leggende, voci. Come quella musicale del soprano Gloria Scipione accompagnata dal fisarmonicista Marco Pomanti sotto lo scenario della caratteristica chiesetta di San Martino, distrutta e incendiata più volte prima dalla soldataglia francese proveniente da Leofara nel 1806 poi dai sabaudi del sanguinario maggior generale Ferdinando Augusto Pinelli.
Il Festival dei Borghi Rurali della Laga si congeda così: con passi lenti nel bosco, racconti che si intrecciano come rami, canzoni antiche e quella malinconica certezza che questi luoghi remoti, sfuggiti per secoli al tempo, continuano a custodire un’anima forte e fragile allo stesso tempo.
Ieri, sotto quel cielo velato e caldo, quell’anima si è lasciata incontrare.
Vittorio Camacci