Le prime nebbie autunnali arrivano così, lente e grigie, a risalire la valle del Tronto come un respiro antico. Dalla finestra della mia SAE guardo verso sud, dove la bruma si adagia tra i boschi e le pieghe dei monti. A nord, il Vettore resta là, immobile e severo, con la cresta che a tratti si lascia intravedere e subito si nasconde, come se anche lui, stanco di tutto, volesse ritirarsi nella sua solitudine.
Da quando viviamo da terremotati, siamo abituati a un tempo sospeso, provvisorio, che non finisce mai. Queste casette di lamiera e compensato dovevano tenerci al riparo solo per un po’, ma sono passati nove anni e ci abitiamo ancora, come in un lungo esilio. Troppi anni e lo sappiamo che ce ne vorranno altri ancora, troppi anche quelli. Qui non ci sono più camini, né l’odore della legna che brucia, né il piacere di aggiungere un ciocco e ascoltare il crepitio che riempie il silenzio. Ci manca il fuoco, quello vero, che scaldava il corpo e la mente. Ora il calore arriva da una caldaia a gas, se la corrente non salta o se non si tappa il comignolo, e non ha né voce né profumo. È un calore che non racconta niente.
La nebbia però sì. La nebbia, almeno, sa ancora parlare. Si posa sui campi, sui tetti, sui ricordi, tutto diventa più lieve, come se il dolore del mondo avesse deciso per un attimo di sospendersi. In quei momenti, guardando fuori, penso a chi vive nelle case vere, con il camino acceso, una pentola che sobbolle e il vino in cantina. Penso che la differenza tra interno ed esterno, per noi, è diventata sottile: dentro fa freddo quasi come fuori, ma almeno qui non piove.
Ci svegliamo spettinati, un po’ disorientati, spesso disordinati. Il tempo passa e non lo si riconosce più: i giorni si somigliano, le settimane scivolano via senza lasciare traccia. Qualcuno coltiva un orto, qualcuno si arrangia come può. Ci si alimenta di cose semplici, senza più pretendere sapori, solo nutrimento. Ci si parla a mezza voce, come se anche le parole avessero perso la forza di alzarsi sopra la nebbia.
Quando capita di scendere in città, bisogna districarsi tra semafori e cantieri, deviazioni e strade che cambiano ogni volta. Lì la gente corre, si affretta, parla di tutto come se il tempo fosse una moneta da spendere. Noi no, noi che viviamo da anni in queste casette pastello e uguali, ci muoviamo piano, come reduci di una guerra senza nome. Ogni volta che torniamo su, verso il paese ferito, ci sembra di lasciare dietro di noi un mondo che non ci appartiene più.
La sera, quando la nebbia scende davvero, tutto si ferma. La Laga scompare, il Vettore si dissolve, le luci si fanno rade come stelle opache. Dentro, nella mia SAE, accendo una lampadina gialla e mi siedo davanti alla finestra. Fuori la bruma si muove lenta, come un mare silenzioso. Mi sembra quasi di sentire il rumore del fuoco che non c’è più, l’odore della legna che ardeva nei camini crollati, la voce dei vicini che si salutavano da una finestra all’altra.
Viviamo in un limbo che non doveva durare tanto. Ci hanno detto che torneremo alla normalità, ma quella parola ormai non significa più niente. Ci siamo adattati a questo silenzio, a questo tempo sospeso, a questa nebbia che ci protegge dal troppo vedere. Forse è il modo che la montagna ha trovato per tenerci ancora con sé, per non farci impazzire del tutto.
Così, mentre il mondo giù a valle corre e si illude, qui sopra la vita procede come può. Si sopravvive, ci si aggiusta, si spera senza crederci troppo. E quando la nebbia sale, lenta e compassionevole, a cancellare i confini tra le cose, mi sembra quasi di sentire una gratitudine antica:
grazie, nebbia, per averci avvolto ancora una volta, per aver nascosto tutto ciò che fa male, per averci lasciato, almeno per oggi, nel tuo abbraccio sospeso tra la terra e il cielo.
Vittorio Camacci