Pescara del Tronto, A.D. MCCCLXV. Il borgo, stretto tra il fiume Tronto ed i primi contrafforti dei Sibillini, viveva giorni cupi. La peste aveva decimato la popolazione, le campane della chiesa di Santa Croce suonavano ininterrottamente per annunciare nuove sepolture. I Cavalieri Giovanniti erano accorsi con un drappello di rinforzo per aiutare la popolazione. I corpi dei defunti venivano calati nelle fosse comuni dai Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. Esse erano scavate sotto il pavimento della chiesa ed i cadaveri venivano disposti l’uno accanto all’altro. Come sempre la fossa veniva poi chiusa con una pesante lastra di pietra.
Ma presto si diffuse una paura ancora più terribile. Si diceva che alcune persone sepolte in stato di catalessi o "finta morte" si fossero risvegliate nel buio della fossa. Quando le lastre venivano rimosse per accogliere nuovi morti, si trovavano a volte corpi in posizioni innaturali, le mani sollevate verso la pietra, i volti contratti nel terrore. Alcune donne, raccontavano i becchini, avevano tentato di forzare la lastra arrotolando uno straccio intorno alla testa per proteggerla e spingerla con tutta la loro forza, senza però riuscire a salvarsi.
Per prevenire simili orrori, Oddone di Chiaravalle, il Visitatore della Comanderia degli Ospitalieri, introdusse un nuovo rituale. Ai polsi dei defunti veniva legata una cordicella, che passando all' interno di un foro della lastra era collegata a un campanello posto sopra il pavimento della chiesa. Se qualcuno si fosse risvegliato, avrebbe potuto suonare il campanello per richiamare aiuto.
Un giorno fu il turno di Maria, una giovane amata per la sua bellezza e dolcezza. Morta dopo giorni di febbre, venne deposta con cura nella fossa comune. Lorenzo, il suo fidanzato, non si dava pace. Prima che il corpo di Maria venisse calato nella fossa, assicurò personalmente che la cordicella fosse ben legata al suo polso, pregando con disperazione che fosse tutto un errore.
Quella notte, mentre il villaggio dormiva, Lorenzo si recò alla chiesa per pregare, il Cavaliere di guardia si allontanò per lasciarlo solo con il suo dolore. Il silenzio era rotto solo dal vento che ululava tra le montagne, ma poi… un suono sottile, ritmico, spezzò l’oscurità: il campanello stava suonando.
Lorenzo corse a chiamare i Cavalieri Giovanniti e alcuni uomini del villaggio. Con torce e scalpelli rimossero la lastra di pietra che sigillava la fossa. Quando la sollevarono, trovarono Maria viva, coperta di sudore e terrorizzata. Con voce tremante, raccontò di essersi risvegliata al buio, circondata dai corpi e dall’odore di morte. Aveva sentito la cordicella al polso e aveva suonato il campanello con tutte le sue forze, finché qualcuno non era accorso.
Maria tornò alla vita, in tanti continuarono a chiamarla " quella salvata dalla campana", la sua storia divenne una leggenda. Da quel giorno, nessun defunto a Pescara del Tronto venne più calato nella fossa senza una cordicella al polso e un campanello. Quando i Cavalieri di Gerusalemme abbandonarono la Comanderia di Santa Croce lo stratagemma fu dimenticato e ogni volta che una lastra veniva rimossa per aprire una fossa, il terrore di trovare un altro corpo con uno straccio intorno alla testa e mani protese verso la libertà restava vivo nei cuori degli abitanti, monito della fragilità della vita e della sottile linea tra morte e salvezza, quello che poi avvenne, come una beffa del destino, secoli dopo, nella funesta notte di un agosto del XXI secolo.
Vittorio Camacci