"Dove è odio, fa’ che io porti l’amore".
Dopo il grande sisma, la valle era diventata un mare di silenzio.
Le case sbriciolate giacevano come ossa di una bestia antica e tra le crepe dei muri s’erano fatte strada le erbacce, le prime a rinascere, le uniche a non chiedere permesso.
Gli uomini erano tornati, ma non più gli stessi. Ognuno portava nel cuore un piccolo lupo, cresciuto con la paura, la rabbia, l’abbandono.
Il lupo si nutriva di sospetto e con il tempo aveva imparato a camminare accanto a loro.
Aveva il volto dell’invidia, la voce della burocrazia, le mani dei piccoli interessi.
C’era anche un agnello, l’ultimo rimasto in una stalla rimessa su in fretta, sotto una tettoia di lamiera.
Apparteneva a un uomo che non aveva più nulla, ma che ogni mattina si ostinava a portargli da mangiare. Diceva che finché l’agnello respirava, la terra non era del tutto perduta.
Un giorno, ai piedi delle macerie del vecchio municipio, il lupo e l’agnello si incontrarono.
Il lupo, assetato, accusò l’agnello di intorbidire la sorgente:
“Tu sporchi l’acqua, e per questo non posso bere.”
Ma l’agnello rispose con voce quieta:
“L’acqua scorre da te a me. Come potrei?”
Il lupo ringhiò, perché la verità lo feriva più della fame:
“Allora sei stato tu, mesi fa, a parlare male di me con i pastori.”
L’agnello abbassò la testa:
“Ero ancora nel grembo di mia madre.”
Il lupo non sapeva più cosa inventare, ma doveva trovare un motivo per mordere.
Così fece ciò che sapeva fare da sempre: si scagliò contro l’agnello e lo divorò, giustificandosi con le stesse parole che aveva inventato.
Da quel giorno, molti uomini nel cratere cominciarono a comportarsi allo stesso modo.
Chi era più forte accusava chi era più debole: chi aveva una casa nuova disprezzava chi viveva ancora nella SAE; chi gestiva fondi puntava il dito su chi chiedeva aiuto; chi parlava di “ricostruzione” lo faceva solo per ottenere qualcosa.
Ognuno trovava un agnello da incolpare, un vicino, un sindaco, un tecnico, un forestiero,per placare la propria fame.
Eppure, in mezzo a tutto questo, alcuni ricordavano le parole dell' amato Santo di Assisi:
“È dando che si riceve.”
“Beato il servo che ama il fratello suo quando è infermo e non può giovargli.”
Così, una piccola comunità ricominciò a incontrarsi nelle sere d’autunno.
Non parlavano di appalti o di pratiche, ma di alberi, di semi, di ciò che la terra ancora poteva offrire.
Si aiutavano in silenzio: chi aveva una pala la prestava, chi aveva una mano la donava.
L’amore, anche se stanco, trovava una strada tra le macerie.
Un vecchio del paese, che tutti chiamavano semplicemente “il Frate”, diceva spesso ai giovani: “Nel cratere il lupo e l’agnello vivono dentro ognuno di noi. Se lasciamo vincere il lupo, non servirà ricostruire i muri: crollerà anche l’anima. Ma se impariamo ad amare come Francesco, forse un giorno l’acqua della sorgente tornerà limpida e potremo bere tutti.”
Allora qualcuno, ascoltando quelle parole, smise di accusare.
E cominciò, piano, a portare un po’ di amore dove c’era odio, un gesto dove c’era attesa, una carezza dove c’era rancore.
In quell’autunno che sapeva di cenere e di erba nuova, il cratere non apparve più solo come una ferita, ma come un seme che attende la primavera.
Vittorio Camacci