Ogni estate, quando il sole spegneva l’ultima neve sulle cime e l’erba si faceva alta come un bambino in crescita, il gregge veniva condotto sui pendii solitari di Valle Castellana. Era un luogo remoto, dove il silenzio aveva il sapore del tempo antico e il vento conosceva le voci degli avi.
Là, tra valli scoscese e crinali battuti dalle nuvole, si ripeteva un fatto curioso, che nessuno dei pastori più giovani sapeva spiegarsi. Accadeva ogni anno, puntuale, eppure restava un enigma. Dopo giorni di pascolo abbondante, quando le bestie avevano riempito le pance fino allo sfinimento, alcune di loro si allontanavano dal resto del branco. Con passo deciso, come mosse da un istinto più vecchio della memoria, cercavano certe piante dimenticate, dall’aspetto dimesso ma dal profumo forte. Le leccavano a lungo, quasi con devozione, poi tornavano tranquille, come alleggerite da un peso invisibile.
Chi osservava attentamente cominciava a notare che solo quelle che si affidavano a quella misteriosa pianta ritrovavano vigore. Le altre rimanevano stordite, gonfie, lente, come fiacchezze viventi.
Nessuno osava dire troppo, ma tra i più anziani si bisbigliava che quelle foglie avevano un potere che non era solo della natura. Si diceva che lì, in quella conca segreta, crescesse un’erba benedetta dai pastori dell’antichità, una pianta che aiutava gli animali e gli uomini, ma che richiedeva rispetto e silenzio, perché cresciuta su una terra che un tempo era sacra. Era la genziana, dai fiori gialli accesi come il sole che non tramonta mai.
Qualcuno ne raccolse le radici, le portò via come un furto gentile, poi le immerse in alcool e ombra, aspettando che il tempo facesse il suo lavoro. L’infuso che ne nacque era amarissimo, ma dentro quell’amaro si nascondeva una forza arcana: bastava un sorso per sentire la vita tornare a scorrere.
All’inizio fu tenuto segreto, come un rito privato. Ma le voci camminano veloci sui sentieri dell’Appennino. Dalle stalle passò alle locande, dalle locande ai mercati lontani e infine alle mani di chi non aveva mai calpestato un prato. Tutti parlavano del liquore venuto dalla montagna, del suo potere digestivo, del suo gusto profondo come la terra che l’aveva partorito.
Eppure nessuno seppe mai davvero da dove venisse. Solo pochi ricordavano l’origine: un gregge che seguiva l’istinto, un’erba selvatica dal cuore d’oro e un pastore senza nome che ascoltava più gli animali che gli uomini.
Da allora, in certe notti senza luna, qualcuno dice di vedere ancora delle pecore salire da sole verso la genziana, guidate da una memoria che non è di questo tempo. E chi beve quell’amaro, se sa ascoltare, può sentire in fondo alla gola il sussurro di una valle antica che continua a raccontare i suoi segreti.
" A l' istate lì pecurale purtave
lì gregge a pascula'
su p' li muntagne de Valle Castella',
s' addunave de nu fatt strano
ca quand lì pecure
ave' magnate n' abbondanze
e je dulave la panze
jave a lecca li foie de na jerve amare
ca je faciave buone
pecca' j' assettave la digestione.
Sta' pianta curiose
ae' assi' preziose
nghe cirte bille fiure gialle
ae' l' oro de la valle.
Ae' la Genziane
ca fa bbone pure a li cristiane."
Vittorio Camacci