file 000000003a54620a933af04239b8fbd4Sorgeva silenzioso e austero, su un’altura tra le nebbie mattutine e i venti impetuosi della Laga, il Monastero Cistercense di Santa Maria della Rocca, edificato nella seconda metà del XII secolo nei pressi di Macchia Santa Cecilia, nel territorio di Rocca Santa Maria.
Costruito secondo il rigore dell’architettura cistercense, sobrietà, linee semplici, nessuna ostentazione, il complesso era composto da una piccola cappella in pietra arenarea, un refettorio affacciato su un piccolo chiostro interno, un magazzino per le scorte, alcune celle individuali, poco distante una fornace e una cantina semi-interrata, scavata a ridosso del versante nord.
I monaci giunsero da Fossanova e da Casamari, chiamati da alcuni signori locali che volevano bonificare e valorizzare quelle terre impervie. Non si limitarono a pregare e lavorare in silenzio: insegnarono agli abitanti di Macchia Santa Cecilia, San Biagio, Acquaratola e Serra l’arte del coltivare grano e farro, del costruire mulini ad acqua lungo i torrenti, del cuocere coppi e mattoni con le argille rosse della zona e del vinificare l’uva selvatica che cresceva sulle colline più soleggiate.
Fu un tempo di pace e operosità, un secolo intero di lento progresso, durante il quale il monastero divenne punto di riferimento spirituale e pratico per le genti sparse tra i monti. Alcuni contadini impararono a leggere e scrivere grazie ai monaci. Altri, a forza di lavorare accanto a loro, mutarono visione del mondo.
Poi arrivò il tempo delle persecuzioni contro i Fratelli Templari. Era l’anno del Signore 1315 quando, dopo la soppressione dell’Ordine da parte di papa Clemente V, alcuni cavalieri in fuga, privi d’armi e stemmi, trovarono rifugio proprio nel monastero.
I cistercensi li accolsero in silenzio, nascondendoli tra le mura, dividendo con loro le celle e offrendo loro pane, acqua e silenzio. Non fu un’azione politica, ma un gesto di pietà e fratellanza tra uomini di fede. I templari non avevano più cavalli, né spade, solo occhi stanchi e un codice di cui non volevano vergognarsi.
Tuttavia, la voce trapelò. Alcuni notabili di Teramo, fedeli alla nuova ortodossia papale, denunciarono il monastero. Così un giorno d’autunno, il vescovo di Teramo arrivò con alcuni militi armati. I monaci non opposero resistenza. Vennero interrogati, ma nessuno fece nomi.
Il verdetto fu implacabile: il monastero doveva essere chiuso, i monaci trasferiti in altri conventi e le sue proprietà confiscate alla diocesi. I Templari, così si racconta, riuscirono a fuggire una notte durante una tempesta, guidati da uno dei frati lungo un sentiero segreto verso l’Abruzzo aquilano. Di loro non si seppe più nulla.
Il monastero, senza più vita né preghiera, venne lentamente divorato dalla vegetazione. La cappella resistette per qualche anno, poi crollò durante un inverno di gelo e vento. I contadini continuarono a utilizzare le fornaci e la cantina per un tempo, poi anche quelle furono abbandonate.
Oggi, salendo verso l’altura tra Macchia Santa Cecilia e i boschi di San Biagio, si trovano ancora frammenti di pietra squadrata, resti di mura che nulla hanno di naturale e un muro di contenimento che sembra abbia riutilizzato i ruderi. Alcuni anziani raccontano che, nelle notti d’autunno, si senta ancora il rintocco di una campana mai fusa e i canti gregoriani sussurrati dal vento tra i cerri e i faggi.
Così il monastero, pur abbandonato, non fu mai del tutto dimenticato. Perché tra quelle mura, nel silenzio dei secoli, vive ancora il ricordo di un'ospitalità coraggiosa e proibita, l’ultimo gesto d’onore tra due ordini monastici fratelli.

Vittorio Camacci

Informativa: questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Cookie policy