Gesù arrivò il lunedì santo che non lo aspettava nessuno.
Non c’erano palme, né folla, né asini. C’erano transenne arrugginite, cartelli scoloriti e un vento cattivo che portava odore di muffa e calcinacci. Il cratere non era più una ferita: era diventato abitudine.
Scese a piedi, Gesù, lungo una strada rattoppata male, passando davanti a una chiesa puntellata con i tubi Innocenti, che sembrava un vecchio con le stampelle. Nessuno lo riconobbe. Lo presero per uno di quelli: uno sfollato di ritorno, uno che non ha fatto in tempo ad andarsene, uno rimasto incastrato tra le promesse.
Si fermò e già questo fu strano.
Nel cratere nessuno si ferma davvero: o si corre dietro a una pratica, o si aspetta qualcosa che non arriva. Gesù invece stava. Immobile. Come se quel posto fosse sacro proprio così, sventrato.
Il martedì entrò in una SAE. Non bussò. Dentro c’era una donna anziana, con l’ossigeno che faceva più rumore dei pensieri. Lui si sedette. Non disse niente. Le prese la mano. Lei non guarì. Ma per la prima volta da anni non si sentì di troppo.
Il mercoledì lo videro al bar prefabbricato. Bevve un caffè insieme a quelli che non avevano avuto la casa perché “la pratica era incompleta”, perché “mancava un documento”, perché avevano detto la verità nel momento sbagliato. Gesù ascoltava. Non difendeva. Non spiegava. Non prometteva. Stava lì in mezzo a loro.
Il giovedì santo non lavò i piedi a nessuno. Nel cratere i piedi sono già troppo sporchi. Fece di peggio: si sedette a terra, tra le macerie, mangiò pane e companatico con chi non era invitato alle inaugurazioni, con chi non entrava nelle foto, con chi aveva imparato a non sperare più per non farsi male.
In quel posto, senza parole, fece capire che quello era il suo corpo: stare dove nessuno vuole stare.
Il venerdì lo processarono senza accorgersene. "Ma tu chi sei veramente?"
“Che ci fai ancora qui?”
“Non è ora di andare avanti?”
“Così alimenti il vittimismo.”
Lo crocifissero con le frasi giuste, quelle educate, quelle che non lasciano lividi visibili. Gesù non rispose. Non scese dalla croce del silenzio. Nel cratere il silenzio pesa più del legno.
Il sabato fu il giorno peggiore.
Nessun segno. Nessuna luce. Solo il vuoto, che nel cratere è una specialità. Gesù restò sottoterra, insieme alle case crollate, alle relazioni rotte, ai nomi dimenticati nelle graduatorie. Restò dove restano i morti senza lapide.
Poi venne la domenica.
Non ci fu resurrezione spettacolare. Nessun sepolcro aperto.
Ma qualcuno si accorse che una cosa era cambiata: gli esclusi non erano più soli come prima. Non perché il cratere fosse risanato, ma perché qualcuno aveva abitato fino in fondo il disastro senza scappare.
Gesù non sistemò le case.
Non accelerò la ricostruzione.
Non punì i colpevoli.
Fece una cosa più pericolosa: restò.
Come sempre insegnò che la speranza non è uscire dal cratere, ma scoprire che anche lì, nel punto più basso, Dio ha deciso di stare immobile accanto agli ultimi e da quel giorno, chi nel cratere riesce ancora a fermarsi, ogni tanto lo incontra.
Non lo riconosce subito.
Ma sente che il silenzio, finalmente, non è vuoto.
Vittorio Camacci