Il treno Milano–Napoli si ferma, come da protocollo, alla stazione di Porto d’Ascoli, ultimo scalo del Regno d’Italia Settentrionale.
Oltre il fiume Tronto comincia un altro Paese, la Confederazione Borbonica del Sud e, a quanto dicono, anche un altro tempo.
Il controllore passa tra i sedili con tono cerimoniale: “Chi prosegue deve cambiare convoglio. Lì comincia il Regno delle Due Sicilie, signori.”
Scendo con la mia borsa da inviato de La Stampa Torinese.
Un cartello di ferro battuto accoglie i viaggiatori:
“Benvenuti nel Regno delle Due Sicilie – Dio, Patria, Famiglia e Mare.”
Un doganiere con giacca blu e stemma reale mi controlla i documenti.
— “Settentrionale?”
— “Sì. Giornalista.”
— “Ah, uno di quelli che scrive che viviamo nel Medioevo.”
Sorride, ma non è ironico.
Mi timbra il passaporto con un colpo secco:
— “Benvenuto nel futuro antico.”
Prima di proseguire verso Napoli, decido di fare tappa a Civitella del Tronto, che nella mia scuola era solo una nota a piè di pagina nei manuali di storia.
Qui, invece, è un santuario nazionale.
La fortezza appare all’improvviso, distesa sulla sommità di un colle calcareo come una nave di pietra.
Le mura, le feritoie, le piazze d’armi: tutto è intatto.
Una targa all’ingresso recita:
“1861 — Qui il generale Gennaro Ritucci resistette all’invasione piemontese. Qui finì l’ambizione del Nord e nacque la libertà del Sud.”
Un giovane custode, con divisa color sabbia e giglio borbonico sul petto, mi accompagna nel cammino di ronda.
Mi racconta che, quando Torino pensava di aver già vinto, Ritucci raccolse ciò che restava dell’esercito reale e si asserragliò qui.
Per mesi i Savoia bombardarono la rocca, ma non riuscirono ad espugnarla.
Il 20 marzo 1861, gli ultimi cannoni piemontesi tacquero.
Fu la vittoria decisiva dei Borbone.
Dalla terrazza alta, guardo la valle del Tronto stendersi come una frontiera naturale.
“Da qui,” dice il custode, “è rinata la nostra nazione. Civitella è la nostra Betlemme di pietra.”
Ogni anno il sovrano sale a rendere omaggio alla croce che Ritucci fece piantare sul bastione meridionale:
“Finché resta pietra su pietra, Civitella non cadrà.”
E non cadde mai.
Proseguo verso Napoli.
La campagna abruzzese e poi quella campana scorrono come pagine di un libro antico: ulivi, campanili, masserie bianche.
I cartelli stradali alternano italiano, spagnolo e latino.
Qui il tempo è un cerchio: non corre, ruota.
Napoli mi accoglie in silenzio.
Non è la città caotica dei miei stereotipi.
Tram lenti, palazzi restaurati, insegne in legno.
Sulla collina del Vomero, il Palazzo Reale ospita il Parlamento Borbonico.
Sventola il vessillo bianco con il giglio d’oro.
Al Caffè Gambrinus incontro Lucia d’Alba, professoressa di filosofia.
— “Qui la modernità è scegliere cosa non cambiare,” mi dice.
— “E non vi pesa essere fuori dall’Unione Europea?”
Ride.
— “Abbiamo l’Unione Latina. Produciamo meno, ma viviamo meglio.”
Poi, guardandomi negli occhi:
— “Voi avete la velocità. Noi abbiamo la memoria.”
Mi racconta che ogni giovane del Regno visita Civitella almeno una volta.
“Lì impari che si può vincere anche senza conquistare. Che la pietra più dura è la pazienza.”
Passeggiando sul lungomare, vedo navi a vela ibrida con pannelli solari: i Cantieri Reali del Tirreno costruiscono imbarcazioni per crociere ecologiche.
Un cartello recita:
“La macchina serve l’uomo, non lo sostituisce.”
Un anziano mi ferma.
— “Da dove viene, signore?”
— “Dal Nord.”
— “Ah, dal regno delle fabbriche. Qui invece contiamo le albe e i raccolti.”
Mi racconta che ogni comune stabilisce da sé le imposte e che i Borbone non hanno mai dimenticato il legame con la terra.
Roma, nel frattempo, è rimasta Stato Pontificio: neutrale, rispettato, inviolato.
La sera, dal belvedere di Posillipo, la città brilla come un presepe.
Sulle cupole delle chiese, le croci di ferro forgiate con i cannoni di Civitella riflettono la luna.
Penso al Nord: ai treni che corrono, ai palazzi di vetro, alla fretta che tutto divora.
Qui tutto è curvo, paziente, umano.
Forse i Borbone, vincendo quella guerra di secessione, hanno vinto qualcosa di più profondo: la battaglia contro l’oblio.
Il mattino dopo, il treno si ferma di nuovo sul ponte del Tronto.
Un giovane ufficiale borbonico mi restituisce il passaporto.
— “Allora, com’è andata nel nostro Regno?”
— “Diverso da come immaginavo,” rispondo. “La vostra Civitella non è solo una fortezza: è una lezione di tempo.”
Sorride.
— “È il tempo che non si arrende, signore. Da noi, la storia non si scrive: si custodisce.”
Il fiume scorre tra le due sponde, come una cicatrice e come una promessa.
( A volte sogno e penso che la mancata unità sia stata una grazia: il nord ha mantenuto la sua vocazione progressista mentre il sud la sua vera anima).
Vittorio Camacci