Ciuccuritte a Santa Gemma
Ballatori a li Pretare
Calze mozze a Piedilama
Poche case alla Cammartina
A lu Burghe li ’mbriache
In Arquata ’i scellerate
Scrozzacastagne 'i Trisungà
Riccingule 'i Faetà
Magnapere 'i Collacchia'
Zampe storte 'i Vezzanesi
Foricavicchia 'i Pescaresi
Cannarute a Capodacqua
Spaccapietre a lu Tufe
…
e a Spelonga?
Briganti e ladri di cavalli.
C’era questa filastrocca camaleontica che girava tra le frazioni di Arquata del Tronto, diversa da paese a paese, benevola con chi la recitava e maliziosa con il vicino. Ognuno cambiava un verso per salvare l’onore del proprio campanile e addossare all’altro un difetto, un vizio, una caricatura. Ma quasi ovunque, tranne nella versione di Spelonga, i miei compaesani restavano marchiati come ladri di bestiame, abigeatari, predatori di cavalli.
La parola, abigeato, mi raggiunse ad Ascoli Piceno, tra i banchi delle superiori. Il professore d’inglese, che era anche avvocato, la lasciò cadere come un sigillo: “Ah! sei di Spelonga, il paese dei briganti e dei ladri di bestiame.” Non spiegò altro. Ma quella parola non mi piegò il capo. Mi accese. Aveva un suono antico, quasi omerico.
Scoprire poi che l’abigeato affondava le radici nella mitologia e che perfino il Ratto delle Sabine poteva, in fondo, ricondursi a un atto di appropriazione primordiale, rese quei tre fratelli quasi figure archetipiche: non semplici ladri, ma attori inconsapevoli di un rito arcaico.
Erano tre. Fratelli. Ladri di cavalli, non di pecore o galline e già questo li sollevava dal misero abigeato contadino per collocarli in una dimensione più epica. Si raccontava che la notte scelta fosse senza luna, una notte così nera che persino i cani dei casolari non osarono abbaiare. Prima di partire, dice la voce più antica, uno dei tre salì sul punto più alto del Monte Comunitore e giurò al vento che nessuno li avrebbe presi vivi.
La galoppata fu lunga, feroce. Attraversarono fossi in piena guidati solo dal rumore dell’acqua, evitarono i sentieri battuti, passarono per crinali dove il passo del cavallo faceva rotolare sassi nell’abisso. Una notte, raccontano, una pattuglia sfiorò il loro rifugio: i tre si sdraiarono tra le felci, trattenendo il respiro mentre i cavalli, come se avessero capito, restarono immobili. Nemmeno uno sbuffo. Un’altra volta un fulmine colpì un albero poco distante dal loro accampamento e loro lessero in quel bagliore un segno del destino, quasi un battesimo di fuoco per la loro impresa.
Di giorno si nascondevano in grotte profonde. Una leggenda vuole che in una di quelle caverne trovarono incisioni antiche, segni lasciati da pastori medievali e che uno dei fratelli vi tracciò accanto una croce storta, come a dire: anche noi siamo passati. Anche noi siamo ombra. Si dice persino che in una forra della Laga lasciarono per una notte uno dei cavalli libero, per vedere se sarebbe tornato indietro verso casa. L’animale rimase con loro e quel gesto fu interpretato come un patto silenzioso tra uomini e bestie.
Mangiavano pane secco e formaggio, bevevano acqua di fonte. Una volta, si sussurra, un vecchio eremita li vide e non li denunciò. Disse soltanto: “Non siete spiriti del male. Siete figli della necessità.” Offrì loro una coperta e una nicchia per la notte.
La destinazione era la fiera del bestiame di Osteria Nuova, tra Rieti e Roma. Negli ultimi chilometri si mossero come lupi. Brevi soste. Un fischio convenuto per comunicare nel bosco. Si dice che uno di loro, vedendo in lontananza la pianura laziale all’alba, pianse senza farsi vedere dagli altri.
Alla fiera riuscirono a mischiare i cavalli: nessun marchio, nessuna prova evidente. Ma i carabinieri erano stati avvisati e qui la leggenda si infittisce. C’è chi giura che, quando furono circondati per i controlli, uno dei fratelli sostenne lo sguardo del brigadiere senza abbassarlo, come in una sfida silenziosa tra due mondi: quello della legge scritta e quello della sopravvivenza.
Non ci furono arresti. I proprietari di Pozza preferirono la restituzione del branco e una confessione che parlava di bravata, di un basista di Acquasanta Terme, di un piano più grande di loro. Ma qualcuno sostiene che, quella sera, lontano dagli sguardi ufficiali, ci fu un patto non scritto tra uomini di montagna: nessuno avrebbe infierito oltre.
Resta quella frase, pronunciata da un brigante della Laga a un processo, che suona come un manifesto inciso nella pietra:
“Per quelli come voi la legalizzazione del furto è un diritto, per quelli come noi è un delitto. Voi potete rubare e nessuno vi condannerà. Allora cosa resta a noi? Resta solo la sopravvivenza che ci riduce come bestie. Ma noi non vogliamo sopravvivere, vogliamo giustizia!”
Da vecchi li avevo conosciuti. Uno era morto in un disastro. Gli altri portavano negli occhi una luce strana, non di rimorso, ma di notti attraversate. Li immaginavo ancora pellegrini dell’ombra, spiriti che all’alba si scioglievano nel bosco. Patetici cowboy? Forse. Scapestrati? Sicuro. Ma anche figli di un tempo in cui rivalità tra frazioni venivano accese ad arte da perfidi commercianti, burattinai invisibili che soffiavano sull’orgoglio locale per arricchirsi.
Per tutti, quei tre non furono solo ladri. Furono pedine ribelli, strumenti e insieme vittime di un gioco più grande.
Vittorio Camacci