pian piccolo piano grande febbraio 2023 236 768x1152Prima che l’altopiano avesse un nome e prima che le valli fossero divise da confini, la grande piana sotto i Sibillini era solo vento, erba e silenzio. D’estate fioriva come una promessa, d’inverno diventava una prova. Le tribù celtiche del Nera salivano fin lassù seguendo il ritmo delle stagioni, portando greggi, lame di bronzo, pelli e storie antiche. Sapevano che quelle terre non si possedevano: si attraversavano con rispetto, si chiedeva permesso, si ascoltavano i segni.
Un anno l’inverno arrivò troppo presto. Il vento girò a nord quando ancora le tende erano piantate in alto e la prima neve cadde sottile e continua, senza minaccia e senza tregua. L’altopiano si chiuse in un bianco totale. I sentieri sparirono, le distanze si confusero, il tempo stesso sembrò fermarsi.
I capi si riunirono attorno al fuoco. Restare significava rischiare di morire, scendere voleva dire perdersi. Nessun sogno parlava, nessun uccello portava segni. Fu allora che apparve il cane.
Non lo vide arrivare nessuno. Era seduto al margine del campo, immobile, come se fosse sempre stato lì. Il pelo era bianco come la neve non ancora calpestata, gli occhi scuri e profondi. Non chiedeva cibo, non si avvicinava. I cani della tribù smisero di abbaiare e si accucciarono.
Il druido disse che quello non era un animale qualunque. Il bianco era il colore del passaggio e il cane era custode dei confini: tra stagioni, tra mondi, tra ciò che finisce e ciò che deve ancora cominciare.
Quella notte il cane si alzò e si mosse verso il margine dell’altopiano. Camminava senza fretta, sicuro e ogni tanto si voltava. Un ragazzo lo seguì per primo, uno che parlava poco con gli uomini e molto con i luoghi. Poi gli altri. Il cane li condusse in una piega del terreno riparata dal vento, dove l’acqua non gelava del tutto e la neve si accumulava meno. All’alba il cane non c’era più.
La tempesta arrivò il giorno dopo. Dove prima c’era il campo ora c’era solo gelo. La tribù capì di essere stata salvata. Ma l’inverno non era finito e il cibo scarseggiava.
Fu allora che il ragazzo comprese la seconda forma del cane bianco.
La neve non era solo ostacolo. Era linguaggio. Custodiva le tracce degli animali come segni incisi: caprioli, cervi, cinghiali, lepri, lupi, pernici. Il bianco mostrava la via a chi sapeva guardare. Ma a piedi si affondava troppo, si arrivava tardi, si sprecava forza.
Il ragazzo si isolò vicino al fuoco. Prese rami di faggio, l’albero che resiste al gelo e si piega senza spezzarsi. Li scaldò lentamente sulle braci, finché il legno divenne docile. Con pietre lisce e corde di cuoio diede loro una curva leggera, come il dorso di un animale in movimento. Li legò ai piedi.
Cadde. Si rialzò. Cadde ancora. Poi capì: non bisognava combattere il bianco, ma scivolarci sopra.
Il giorno dopo tornò con carne sulle spalle. Gli uomini lo imitarono. Quelle assi rozze di faggio permisero di seguire le tracce senza cancellarle, di muoversi sulla neve come fa il vento quando non vuole lasciare segni. Il cane bianco ora era ovunque: nel terreno, negli oggetti, nel gesto.
pian piccolo piano grande febbraio 2023 38 768x512Grazie a quelle tavole la tribù superò l’inverno. Quando la primavera tornò e l’erba riemerse, gli sci vennero riposti con cura. Non erano strumenti comuni. Venivano usati solo negli inverni veri, quelli che mettono alla prova. Nessuno ci giocava, nessuno li mostrava. Prima di indossarli si tracciava un segno sulla neve, si chiedeva permesso alla montagna, si prometteva di non ferirla.
Il druido disse che il cane bianco aveva insegnato tre cose:
la neve non è vuota,
la traccia è un dono
e ciò che salva va trattato come sacro.
Così fu per generazioni.
Poi vennero altri tempi. I riti si persero, gli oggetti sacri divennero strumenti, gli strumenti divertimento. Gli sci, nati per sopravvivere, diventarono gioco. Fu allora che l’inverno, non più invocato con rispetto, cominciò a mancare.
Si dice che oggi, sui Sibillini, il cane bianco cammini ancora. Ma lo fa di rado. La neve cade poco, resta poco, non basta più a insegnare. Gli uomini scivolano per svago su pendii senza inverno, senza silenzio, senza memoria.
Eppure, quando per caso il bianco torna davvero, chi sa guardare vede ancora le tracce. Se poi qualcuno, salendo piano, posa gli sci sulla neve come si posa una preghiera, allora l’altopiano ricorda.
Allora il cane bianco, per un attimo, torna a camminare davanti.

Vittorio Camacci

Informativa: questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Cookie policy